07 Marzo

L'io e gli altri/6: Dal desiderio alla voglia

Angri Officina delle idee 5 marzo 2016 
”Dal desiderio alla voglia” 
Conversazione condotta da Benito Petrone (psicoterapeuta) e Carlo Di Legge (docente filosofia) 
con Luciana Desiderio (docente filosofia), Pasquale Rossi (psicoterapeuta) e il pubblico. 

Non è affatto univoco cosa debba intendersi per "voglia", ma neanche per "desiderio" disponiamo di un consenso sul significato. Proviamo a trovarlo. S’intuisce solo vagamente un significato comune: voglia, bisogno e desiderio sono il protendersi dell’uomo verso un oggetto. Qualcosa o qualcuno. Se per esempio diamo al desiderio l’accezione della Wille di Schopenhauer, allora si dovrebbe dire che il desiderio è lo stesso tendere in noi che è la voglia, tale entità cieca, continua, universale e irrazionale: volontà di vivere. O si potrebbe pensare al desiderio come quel che Kierkegaard descrive parlando dello stadio estetico dell’esistenza, e quindi un continuo tendere all’oggetto del soddisfacimento e del piacere, come fa il seduttore, don Giovanni: un tendere, ancora, cui essenza è il riproporsi continuo dell’oggetto e del soddisfacimento. Anche qui si dovrebbe identificare il desiderio con la voglia. 
In psicoanalisi, ci diranno gli amici psicoterapeuti, si distingue chiaramente il desiderio dal bisogno, ma gli autori non concordano sul senso del desiderio, come d’altro canto sembra neanche in filosofia. Ma in psicoanalisi ciò che definiamo in filosofia diventa altro per funzione e in definizione, anche se tendiamo a dialogare. 

La filosofia ha da molto tempo considerato il desiderio, come una tendenza continua, un proponimento continuo alla soddisfazione. Allora, il concetto platonico di eros: una spinta di vita che porta l’uomo tra cielo e terra, e senza la quale la vita stessa cesserebbe di avere sapore e senso. Già qui v’era una differenza, non solo tra i gradi di eros, ma anche quindi rispetto alla modalità del loro soddisfacimento. 

Ma non basta, certo. Propongo di considerare, tra le basi filosofiche (ma anche di psicologia esistenziale e fenomenologica) del desiderio, il fattore del riferirsi ad altro, che è carattere della coscienza, ovvero l’intenzionalità, che da sola tuttavia non è ancora sufficiente a definire il desiderio, sebbene sia necessaria: il desiderio si riferisce sempre ad altro e dunque è intenzionale, ma è ovvio che non ogni intenzione costituisca desiderio e non ogni cosa cui ci riferiamo si possa dire oggetto del desiderio. P. e. se ricevo una multa o vengo coinvolto in un incidente d’auto non posso sostenere che tale sia stato un mio desiderio, sebbene mi debba rapportare (intenzionandomi) alle conseguenze immediate e mediate degli eventi. E tuttavia il concetto di intenzione si rapporta, per gli stessi caratteri definiti, anche alla voglia o al bisogno, nella misura in cui queste sono presenti alla coscienza. Ma implicare l’intenzione, come ho detto,  non basta. Tutto viene intenzionato, almeno per le conseguenze che le cose comportano, ma non tutto ciò che è intenzionato è oggetto di desiderio.

L’intenzionalità non basta dunque a distinguere anche se serve a caratterizzare note comuni: voglia,bisogno, desiderio sono in qualche misura atti della coscienza. Ogni desiderio è intenzionale; forse il desiderare è infinito, per cui “nessuna totalità si chiuderà su di lui”, sul desiderio (J. Derrida, Violenza e metafisica. Saggio sul pensiero di E. Lévinas, in La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 1971, p. 118), ma non ogni intenzione è correlata a un desiderio o bisogno. Percepire che mi trovo in una determinata circostanza del giorno o della notte non è di necessità desiderato. Invece (desiderare di) essere al mare lo è. Se si devono stabilire collegamenti, si direbbe che il desiderio si potrebbe assimilare al movimento dell’infinito nel pensiero di Fichte, con quel suo riproporsi e di continuo risolvere gli obiettivi di volta in volta immaginati. Il desiderio così inteso è irriducibile, inesausta condizione della vita degli uomini. Così si può cominciare a caratterizzare la qualità del desiderio. Esso è intenzionale e continuo.

Ma ciò può valere anche per la voglia. Ciò detto, e una volta appurato che alla base tanto del desiderio quanto della voglia intesa come bisogno v’è un rapportarsi della coscienza a qualcosa e un dinamismo continuo, quale differenza vi sarà? In che cosa l’essenza o idea del desiderio differisce da quella della voglia? Occorre, per fare la differenza, ricercare altri aspetti. Propongo una soluzione. Ricorrere cioè alla distinzione tra desiderio come mentalizzato e mediato/voglia o bisogno come necessità di immediatezza del soddisfacimento, almeno a parità di condizioni. Qui non rubo nulla alla psicoanalisi? Forse sì. 
Cosa è il desiderio come mentalizzazione? Vuol dire che, tra il desiderio e il soddisfacimento, s'interpone o sussiste un vuoto ovvero un tempo  –  che mi serve per immaginare l'oggetto che soddisfa il desiderio, costituendolo nella mente, e così mediando il soddisfacimento. Condizione necessaria al costituirsi  del desiderio è la mancanza o vuoto. Il desiderio è distinto dallo spazio-tempo della mancanza e quindi dal procrastinare il soddisfacimento. O forse il desiderio non verrà soddisfatto. Ma il non essere soddisfatto, comunque, non è il carattere del desiderio: suo carattere, diremmo, è che attraverso il desiderio si media tra sé e l'oggetto, si media attraverso il vuoto e l'immagine che viene costituita nel vuoto. Questo fattore della mediazione lo distingue dal restare a livello di bisogno biologico, che si soddisfa immediatamente.

Ma il desiderio sempre risorge, tanto che si può affermare (e viene affermato) che il desiderio per un certo aspetto desidera se stesso, e che la vita stessa si qualifica per la presenza del desiderio, e decade in assenza di desiderio.
Dunque il desiderio è intenzionato (e l'intenzione del soggetto desiderante  porta i caratteri di questo soggetto che desidera), infinito, mediato nel soddisfacimento attraverso un vuoto e costituente l'immagine (dell'oggetto). Certo che ricorro alla psicoanalisi, per dialogare.

Sempre è stato l’antico maestro, Platone, a dire che un carattere di éros (e quindi desiderio) è penía cioè "mancanza" (con l’altro, pòros, che traduco, con alcuni autori, con acquisto o conseguimento). Ma, certo, Platone parla in termini intuitivi di questa realtà, e non con le raffinatezze della psicoanalisi. 

Come si può definire invece la voglia/bisogno immediato? 1) che pretende di venir soddisfatta tutta-e-subito; dunque non sembra vi sia la mancanza o vuoto per definirlo, e in ciò differirebbe dal desiderio; 2) che, una volta così soddisfatta, ripropone oggetti dello stesso o diverso tipo, e l’oggetto del primo soddisfacimento viene privato di valore. Invece l'oggetto del desiderio assume un valore variabile, spesso immenso.

Della voglia sono allora esempi del tutto diversi tra di loro: la compulsione a spendere; la compulsione a sedurre; del tutto diversa la compulsione a rubare; del tutto diverse le compulsioni a uccidere uomini in serie; a mangiare carne umana. Ma, ancora: come sono diverse tali voglie/bisogni, e cosa hanno in comune? Si potrebbe proseguire a trovare definizioni che distinguano, se se si accettano le definizioni; e qui si lascia aperto il discorso, tanto al filosofo quanto allo specialista …

Che oggi prevalga la tendenza al soddisfacimento immediato, e dunque la voglia, rispetto al desiderio, come sono stati definiti sopra, è tesi di molti.

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