28 Novembre

Arte ad ingresso remoto o specchio del tempo andato?

L’arte ad ingresso remoto o specchio del tempo andato? Per la pittura di Elena Di Legge
La sera di venerdì 13 novembre
Alla sede del FAI - Via Cassavecchia, 50 - Salerno

1) Colpire con il proprio messaggio è l’intento di ogni artista, credo. Le motivazioni di questi accostamenti e di queste … distanze dell’arte di Elena si annidano ovviamente nel vissuto dell’artista, appaiono esistenziali. E comunque si tratta di un ambito in cui, nel momento in cui credo di avere individuato dei nessi, potrei anche essere fuori strada e condotto attraverso la wonderland di una fantasia sbrigliatissima, che appare spesso e fin dai titoli sorprendente, spiazzante e molto dotata sul piano delle immaginazioni e della esecuzione realistica nei particolari, e tuttavia effetto di specchi deformanti, appunto, non solo del tempo andato – come deformante in effetti è la memoria – ma anche dell’immediato presente: così Elena vede! Ma dov’è la realtà, dov’è la verità? Nei recessi del tempo, forse, e della mente … In questo senso dico che si tratta di un’arte ad ingresso remoto. Il che in fondo è simile a dire che si tratta di specchio del tempo andato. Non penso dunque sia facile, semmai lo si desideri, scoprire un senso preciso dell’arte di Elena: si potrebbero indicare, ad esempio, le presenze dei motivi del sacro e della questione femminile, come proverò adesso, ma in quali chiavi? Provo a leggere In via d’estinzione … Il dipinto è assai intrigante. La dinamica della composizione si gioca tra la femminilità un po’ di maniera della vergine che guarda l’alto, come un ideale che ormai sfumi, e quella sensuale, di bellezza pure un po’ eterea ma terrena, dallo sguardo molto padrone e consapevole, della ragazza-panda, che invece guarda senza timore lo spettatore, dunque davanti a sé, fuori del quadro, tirandolo possibilmente dentro. Cosa vuol dire il titolo? Rispondo con una breve analisi del dipinto. Perché lo sfondo viene realizzato in losanghe irregolari rosso-arancio-bianco, una specie di bandiera? Perché si tratta di una specie di bandiera del Giappone, ma con la variante arancione: ovvero i manga. I fumetti giapponesi: come dire – vedete gente, questa non è arte alta, ma è un fumetto. Tuttavia se isoliamo i due soggetti del quadro non sembrerebbe: ci troviamo di fronte all’immagine della Madonna …. nientemeno che l’Addolorata in versione guatemalteca, che viene rappresentata con effetti di grande precisione e realismo di panneggio, di plasticità, di espressione (cerea) del viso. L’altro momento è invece la giovane attraente donna-panda che è in realtà solo un contorno, un non-finito, manca l’effetto cromatico della pelle: è un contorno colorato di bianco, con pieni neri come il panneggio della fascia spalle-seno, sebbene i bordi perfettamente disegnati diano alla sagoma grande proporzione ed effetto di realismo. Perché la donna viene associata al panda? Perché l’autrice vi s’identifica, piuttosto che con la Vergine; e comunque sono entrambi in via di diminuzione, il mondo delle passioni reali (la Vergine Maria) subissato oggi da quello delle passioni mediatiche e rappresentate e il gentile orso od orsetto panda. La Vergine Maria e il Panda: un accostamento che si direbbe piuttosto strano, leggero e irriverente. Ma l’artista ci direbbe: che cosa si pretendeva? Questa è low-brow-art, arte dal basso profilo! Un fumetto! Invece lo è e non è: una specie di paradosso.

2) Sono allora due i riferimenti artistici a cui Elena sta dando una sua forma negli ultimi cinque anni. La prima, il “figurativismo” di Virginio Quarta. Già in proposito ho avuto modo di dire, pur senza alcuna pretesa da critico d’arte, che, su una base figurativa e di preciso studio della prospettiva, della visione e del colore, tuttavia Quarta fa un’arte fortemente espressiva, direi gioiosa o fastosa o malinconica secondo le diverse prese sul soggetto. Così comunque Elena, studiando con il maestro, ha appreso lo studio della riproduzione e della figura. Anche il non-finito delle figure perfettamente delineate ma internamente bianche. La seconda componente, che in nessun caso adesso si presenta da sola, ma sempre più o meno legata alla precedente, consiste nella street-art o arte da strada, nella low-brow art (“arte dal sopracciglio basso”) o arte di basso profilo, nel pop-surrealismo. Si tratta della forma d’arte “di strada”, almeno in origine, che Elena ha adottato, e che persegue partecipando a mostre su scala nazionale e ospitandone e organizzandone nella sua galleria; nell’arte da marciapiede, nata in strada, dovendo ispirazione anche ai graffiti e ai murales ma poi trasposta a sua volta nei musei; nata in Europa, poi estesa negli USA e di là rimbalzata ancora qui da noi. E cos’è pop-surrealismo? Come suggerisce il termine, una combinazione di forme d’arte riferite l’una alla pop-art di Wahrol e Lichtenstein (USA) l’altra al clima del surrealismo europeo, dalla prima metà del Novecento con propaggini a oggi. Le opere qui presenti, tutte in misura e proporzioni diverse ispirate a queste due componenti, sono, in acrilico o matita su tela o su carta, i diciassette titoli In via d'estinzione, Natura morta con specchio, Natura morta con vasi (2010); Dal maestro , Giovanna d'Arco isterica, Maria Maddalena distratta, Vergine della pazienza stanca, (2011); Interno-casa-Akù (2012); Destino, Nostalgia, Frida y Diego, Me-medusa, la serie dei quattro Sealife (2014) e Causa (2015), quest’ultimo nella inedita tecnica dei pastelli e bic su carta. La lettura di queste opere dal punto di vista tecnico risente necessariamente dunque dell’abbinamento tra la precisione di segno pittorico della scuola, ovvero del maestro Quarta, e la visione di Elena, che in un suo modo guarda al pop-surrealismo. In che modo Elena, riferendosi a queste due costanti, propone la propria arte? Qual’ è la maniera di Elena? Prendiamo un esempio. Esistono, nell’ambito della pittura italiana, esempi di tale raffinata ricerca del segno, abbinata a una comunicazione onirica e desueta dei messaggi? Direi: sì, esiste un altro riferimento, il diversissimo Saturno Buttò, con le sue sontuose, sessuo-sanguinose ossessioni, con i suoi perversi suggerimenti. Ma è di alta scuola anche il segno di Saturno Buttò: lo si potrebbe definire come il Virginio Quarta dell’orientamento feticista, mistico-liturgico e sessuo-sado-maso, insieme. Precisando che l’uno non sa quasi nulla dell’altro; e, al momento, Saturno Buttò ha riscontri e successo di critica e nel mercato. L’immagine, il segno di Elena pur ispirandosi a Quarta – e a Buttò – non vogliono essere proprio così, diversa la sua ispirazione, strada diversa, benché il fascino del pittore veneto sia avvertito e l’ossessione religiosa non manchi: ma sono più dimessi – niente di sontuoso, di patinato, appunto, ma apparentemente alla mano, di basso profilo, da strada. Attribuibili immediatamente all’influsso di Quarta sono: Dal maestro del 2011; le due nature morte del 2010; Nostalgia del 2013 e lo stesso Destino del 2013. Ma, se nelle prime opere e fino a Nostalgia l’influenza del maestro salernitano è evidente, già in In via d’estinzione e poi in Destino si opera il distacco, perché i temi che compaiono nelle tele, ancorché talvolta calligraficamente ricercati, sono del tutto incongrui e sconcertanti per chi guarda e risulta del tutto evidente che l’artista intende trasmettere la propria visione dell’assurdo e inquietante mondo in cui siamo, per cui gli stessi ingressi alla sua arte risultano remoti e nascosti e i collegamenti vanno piuttosto celati che ostentati. Certo, si può vedere una vaga protesta femminile in In via d’estinzione e nella Vergine della pazienza stanca (perché non il motivo del sacro? Ma lo si potrebbe anche ribattezzare Sognando Wonder Woman: ancora il fumetto) del 2013. O – anche senza che Elena ce lo spieghi – una rappresentazione della gratuità dell’esistenza in Destino (2013), dove un oggetto affilato di Damocle, quasi per tagliare formaggi ma foggiato come arma liturgica e complicata degna di Saturno Buttò, tra il solenne e il casalingo, incombe e va a colpire a caso tra le mele, e come destino noi lo nominiamo: nome che è un Deus ex machina, indicato con questa espressione nel dipinto, per dire l’innominabile, non certo una Provvidenza ma un Fato inspiegabile, ma ciò che ci attende e che in qualche modo bisognerà pur dire; Destino, dunque. Il male è che l’esistenza è assurda, ci dice l’artista. Del male si vuole una spiegazione: deus ex machina. Allora troviamo parole come destino, o caso, o sorte …

3) Se l’esistenza è assurda, quale sarà allora il rimedio? Ecco una chiave possibile di quest’arte. Se guardo la Vergine della pazienza stanca e poi Me-medusa, ho sùbito in mente che vi si consocia al motivo religioso o mitologico l’altro motivo dell’esperienza e della storia dell’autrice. Qui è in primo piano la questione della donna: nel riferimento di fondo della Vergine, che è dedita ai lavori domestici (vergine ma anche angelo della casa) con l’immagine di Wonder Woman che sta a guardare la scena, e a cui la scena stessa fa riferimento come suo specchio: se la pazienza si stanca, allora … ; ma anche, in Me-medusa, si considera l’opposto lato femminile, quello del tremendo meduseo che uccide e pietrifica – epperò si comprende che la vergine, sebbene stanca, continuerà a sbrigare le faccende domestiche (salvo grossi imprevisti) e la pace è esplicitamente detta, in Me-medusa, ovvero vi si vede che la Medusa non ha intenzione di servirsi del suo potere ma semmai di proteggere l’uomo, poiché, ad occhi chiusi, in atteggiamento amorevole, gli nasconde lo sguardo, gli impedisce di vedere qualcosa non offrendoglielo, tenendolo di spalle sul proprio corpo e impedendogli di guardare parandogli gli occhi con mani e braccia. Si direbbe: la donna come madre piuttosto che medusa. Ma pur sempre e anche medusa … L’artista insomma non si allinea: né femminista né antifemminista, anche se le questioni stanno in piedi, esistono. Ma è molto bello e maturo questo voler proteggere l’altro, invece che dichiarargli guerra; una bella alternativa alla guerra tra i sessi, l’accordo sincero tra i sessi, e la dichiarata volontà di curare l’altro! Insomma, c’è sempre speranza …

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