24 Marzo

Dal valico

Dal valico

 

Sui tornanti del valico, tra una faccenda e l’altra,

un’immagine mi torna,

ecco la piana, all’epilogo costiero, laggiù

tra il vecchio Vesuvio e l’erta dei monti a sinistra,

scompare in un muro di nebbia. 

L’occhio s’arresta,

il mare manca, il vulcano galleggia.

 

Non è la prima volta, ma oggi

ha un’aria da piccolo enigma: sulle prime,

immagino (sono

qualche metro più in alto) città morte, gas

che i condannati alla terra respirano. Poi:

no, dev’essere umore di terra e di mare,

d’incalcolabili parti di luce d’Oriente, che

s’alza nel mattino.

 

Faccio cose, parlo con qualcuno, guido, tornando,

l’immagine va per suo conto, forse ci si ritrova

– ed è in periferia: donne e uomini, giovani e vecchi,

bambini, gialli e neri o bianchi, a ciascuno il suo

attimo,

bello vederli vivere, vanno al lavoro, qualcuno piace a qualcuno,

hanno passioni e battaglia.

 

Libero da biasimo e lode, per nulla, 

ma è per me un diverso guardare, adesso: accade, è

come un abbraccio,

senza troppa brama – d’innumerevoli

figure, qualcuna si ferma, verbi gratia piuttosto che trincea.

È ancora tempo, qualche centimetro di gloria

nel giro, lo so

quasi come un bimbo, non esagero, lui solo un po’

più indietro di me.

 

D’ogni amata differenza, catturo parole: consistenze di

montagne e nebbie, valichi,

ci gioco per un po’. Spio

transiti dalle immagini vive allo sbiadire delle strade.

Non più centri né periferie, fine di tutto questo.

Da illusoria sponda, guardo il disordine:

e ci sto dentro.

                                                                         Gennaio 2020

Letto 394 volte Ultima modifica il Sabato, 28 Marzo 2020 09:08
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