22 Ottobre

I paradossi del ritrovare: eros e impermanenza nella poesia di Eleonora Rimolo In evidenza

I paradossi del ritrovare:

eros e impermanenza nella poesia di Eleonora Rimolo.

Note a La terra originale

di Eleonora Rimolo – Pordenonelegge.it e LietoColle, 2018

La poesia di Eleonora Rimolo si avvicina alle cose, al modo del linguaggio, senza mezze misure. A suo modo.

Un primo approccio alla poesia, parlando in generale, è la menzione al lavoro di precisazione o anche di allusione tramite immagini di un paesaggio. Il paesaggio in realtà è interiore. I versi dis-velano ma anche ri-velano, tornano a nascondere. Ecco, questo è il lavoro della poesia:

                                                          … i tronchi proni da lontano

                                                          – anime penitenti in paziente attesa –

                                                          perdono i contorni, nello sforzo

                                                          della definizione.

Ma forse poche volte o mai come in questa occasione mi era venuto in mente, al fine di rendere in immagine il lavoro della poesia, un concetto che non appartiene alla nostra cultura, o che forse è così mediato dalla cultura dell’Oriente alla nostra, ma che è stato reso in traduzione con il termine ardore (tapas).

Mi ero reso conto di questo carattere del lavoro poetico di Eleonora. Qualcosa di potente preme in lei per venire in luce, e l’imposizione del metro poetico, le scelte lessicali, contribuiscono a farlo nascere alla poesia, esaltandolo e purificandolo.

Giancarlo Pontiggia nella sua bella Prefazione al libro, lo scrive per ben sei volte in due pagine: egli   parla dell’irruenza emotiva che si scorge in ogni verso, e di come tale vitale elemento venga efficacemente reso e sublimato tramite la raffinata cultura letteraria dell’artefice.

Ardere, dice Calasso nel suo testo, è in connessione con sapere. Ardere è sapere, ma per sapere occorre già prima ardere. Questo come si addice alla poesia di Eleonora Rimolo?

Si legge in Temeraria gioia: “Ai miei dèi chiedo solo che non sottraggano/la fonte alla sete, … /come chi calibra i propri innesti/con quelli della terra, perché non sembri/prosciugata la madre corrente…/se questa è la promessa, io… convoco/… il mio sacrificio”. (Eleonora Rimolo, Temeraria gioia, Giuliano Ladolfi Editore, 2017, p. 74)

Se ardere è per sapere, cosa si vuol sapere, qui?

Lo troviamo subito nel titolo, ciò che si ricerca è heimat, terra originale: patria, radici, identità. Cosa vuol dire, per Eleonora, terra originale?

Il concetto della terra originale è presupposto, fin dal titolo, in questa ricerca in poesia.

Tale concetto implica un ritorno, giacché la terra cercata ha a che fare con l’origine, nel senso che trovare l’origine è un ri-trovare e sembra voglia dire: tornare.

Terra originale è ciò da cui si proviene.

 

Sembra si tratti di sapere intorno a questo concetto, o almeno di cercare, per intendere se si possa saperne di più:“con l’ansia indecente del ritorno/noi dobbiamo vagare, dobbiamo tornare/in cerca della casa originale” (La terra originale, p. 25).

Convoco, per saperne qualcosa, un fantasma, un’assenza, ma se questa in qualche modo non mi fosse presente, pur nella sua nebulosa forma, non potrei neanche supporne.

Il concetto di terra originale tanto sentito è tuttavia problematico: in che modo la terra originale esisterebbe?

L’assenza è in certo modo presente, perché non può esserlo che in certo modo, ma non nella realtà quotidiana, per come noi la esperiamo.

Terra originale non è qualcosa che è lì, e che io possa ritrovare o trovare, una volta che mi sia recato sul posto. E ritorno non può darsi nel senso che le cose siano di nuovo e ancora quali furono, ammesso che siano state, perse come sono nei labirinti del tempo, ma esso è, piuttosto, nel senso di ritrovare un’immagine chiave, un “apparire/della natura originaria dentro,/un destino” (p. 31, anche p. 33).

Cercare non è come trovare.

Quanto beffardo sia questo errare, quanto di possibile errore vi sia nell’errare, si mostra nell’immagine degli studiosi che cercano e scavano i residui di una civiltà antichissima, quando in realtà si tratta come di “strappare la radice e non trovare il seme”, seppure gli studiosi “credono a quanto c’è/dietro la superficie”(p. 35).

Il tema del ritorno all’originale non va inteso nel senso banale, realistico, si tratterebbe di opera improponibile e per alcuni versi impossibile. Si ritorna alla terra dei padri e là si trova l’identità; e tuttavia ciò a cui si torna è ciò in cui siamo già da sempre e in cui muoviamo, radici d’emozione, condizione del cercare.

 

Volontà/desiderio mediano le condizioni della ricerca e del ritorno sono la ricerca stessa. La terra ricercata ha strettamente a che fare con la volontà e con il desiderio.

In che modo appartiene il tema di heimat alla volontà o al desiderio?

 

Il libro è scandito nelle due parti dedicate alla volontà e al desiderio: “Viaggi” (da p. 15) e “La notte più lunga dell’anno” (da p. 37). Volontà è quanto di razionale possa esservi in emozione, desiderio è lo spostamento per antonomasia. Volontà come continuo perseguire in relazione a un piano: “la sfinge pretende una soluzione,/uno sforzo che mai si cheta” (p. 21). Desiderio è come spostamento continuo: “eri/il cardine di ogni altrove,/la sola metafisica possibile” (p. 46).

Volontà è vista come forza pianificatrice, desiderio come impulso che “dura una notte”.

Il senso razionale, progettuale della volontà e l’eterna provvisoria inquietudine del desiderio, nell’accezione di Eleonora Rimolo, tuttavia non sembrano soltanto essere in contrasto, ma risultano essere alquanto di complemento, e descrivono l’esistenza, nella sua natura emozionale, componendola e scomponendola in significati.

 

Si presenta così l’antico tema della metafisica d’Occidente nella metafisica dello spostamento e del desiderio, nell’eros inteso come presenza/assenza.. La metafisica dello spostamento e dell’altrove è la “sola metafisica possibile” (p. 46). Questa poesia è sofisticata nel suo ondeggiare di chiarezza in oscurità.

Cio avviene nonostante il mancante, anzi proprio a cause del mancato, ovvero dell’assente: “Ci hanno detto di uscire il meno possibile/… Mi difendo così… dai sorrisi che non avrei incontrato” (p. 18)

Oppure: “Perché i giorni dobbiamo viverli tutti/anche quelli in cui ci si chiede/cosa ci faccio qui, adesso?” (p. 23);

E ancora “Come scende la vita queste scale/come si sottrae all’incontro…” (p. 26).

Si declina così, nella poesia di Eleonora Rimolo, con l’evidenza dei paradossi, la presenza di eros.

Infine, quasi inattesa, la conclusione, che vuol essere momento di apertura al mondo, dichiarazione di buona volontà che quasi attenua la radicalità dei precedenti assunti. Tra l’assente, il mancato, che strutturalmente non può mai esserci né non esserci, e l’invocazione

                      

                               Perdonami, sai com’è vivere quando/ti lanciano addosso le cose   (p. 60)

O anche la citazione da Jaspers (p. 61), quasi inattesa, il libro si conclude sull’aperto:

                                             Quale che sia la nostra origine, esistiamo.

                                             Ci troviamo nel mondo con altri uomini.

La poesia e il poeta non sono fuori del mondo, ma vivono di vita intensa nel mondo; eppure la visione quasi mistica della caducità e dell’impermanenza delle cose, quasi della loro vanità, del loro essenziale sottrarsi, è assai presente nella poesia di Eleonora Rimolo.

Letto 445 volte Ultima modifica il Lunedì, 22 Ottobre 2018 15:13