02 Agosto

Perché la gioia è temeraria. Note a "Temeraria gioia" di Eleonora Rimolo

Perché la gioia è temeraria.

Note a Temeraria gioia di Eleonora Rimolo

Giuliano Ladolfi Editore, 2017

“Ai miei dèi chiedo solo che non sottraggano/la fonte alla sete, … /come chi calibra i propri innesti/con quelli della terra, perché non sembri/prosciugata la madre corrente…/se questa è la promessa, io… convoco/… il mio sacrificio”. (p. 74)

Forse questi versi potrebbero essere in epigrafe al libro di Eleonora Rimolo, assieme a quelli di Callimaco già presenti; difatti, a considerarne la competenza poetica, si direbbe che si determini nel suo caso una direzione decisa, che è quella di una vita per la poesia.

Chiede l’autrice d’essere presa sul serio, e credo non se ne possa fare a meno. Se per noi è molto, la poesia sembra per lei essere tutto. Dunque, leggo, si è in presenza di un sacrum facere, di un sacrificio della vita alla poesia.

Se minimamente si presta attenzione ai versi di Temeraria gioia, si passa dallo sconcerto a una rischiosa chiarezza.

Lo sconcerto prende di fronte ad apparenti vortici di parola, grovigli e oscurità da cui si profilano uscite, per cui si ritiene avvicinarsi all’intelligere, come se questo in poesia fosse senz’altro un dovere. In realtà ci si avvede poi, quasi sempre, sul momento, d’essere ancora nel labirinto.

La chiarezza è stato della mente che subentra quando si ritiene d’aver inteso, e che i versi abbiano ceduto tutto quel che s’intendeva cedere. Una rischiosa chiarezza, perché la poesia ha fondi e doppi fondi, scatole in altre scatole, e il suo carattere consiste nello svelamento continuo del senso. La chiarezza qui richiesta è multiforme, direi plurale.

Vorrei capire, leggendo, come l’autrice veda le cose, essendo attento anche alle mie risposte a quel disvelarsi di senso. Credo che questo sia comunicare con il libro. E non c’è dubbio, a parere un po’ di tutti, che, per far questo, si possa partire dal titolo, Temeraria gioia, cominciando a sentire perché le due parole siano poste così insieme. 

A parte illustri precedenti nella storia della poesia, che altri ha individuato, io credo che qui l’ossimoro (la gioia è anche temeraria, il che può voler dire insolente, ma non di necessità; eppoi ciò che è temerario, a quanto sembra, invece d’essere fuori luogo, terra di hybris e di sfida portata agli dèi, qui è gioia – ma come?) diviene anche terra di paradosso. La gioia è, al tempo stesso che è gioia, temeraria; la temerarietà, pare, è per sé stessa fonte di gioia. E il provocatorio eppure antico abbinamento di gioia e temerarietà, non lo si direbbe cercato apposta, ma, poiché nella vita è comunque così, si tratta di vederlo, e di portarne anche il peso.

Pertanto si afferma, nel titolo e nel libro, che la vita è paradosso, il che non stento affatto a credere, in generale;  si precisa che il paradosso consiste in ciò, che non v’è gioia che non sia temeraria, e che ogni impresa temeraria degna dell’aggettivo possa comportare una gioia, in primis l’impresa di restare vivi, ma davvero vivi, un po’ come il sapere aude.

Leggo: trovarsi vivi, è davvero stupefacente, persino insensato, ma così pare, vivi lo si è. Assai problematico, essere come siamo, e vivere portando ciò che siamo.

Questa poesia è assai decisa nel mettere in luce la problematicità dell’esistenza.

Ma occorre anche affermare la gioia, che è, con la poesia, oggetto della sete; più che affermarla, dire che c'è; e non sfugge che anche soltanto evocare la gioia, in questa valle, sia un azzardo, quasi un’insolenza, appunto, o un’impertinenza, insomma potrebbe trattarsi di una sfida. Già, la sfida è temeraria, quindi la gioia lo è. Ma, intanto, la gioia accade.

E al contempo, si legge, la verità dell’uomo è d’essere solo. Come si concilia questo con la gioia? Se leggo che “non si può bastare a nessuno” (p. 51), ne consegue anche che nessuno può bastare a me, sebbene si senta ripetere nella vulgata, anche psicoanalitica, che "almeno" io debba poter bastare a me stesso.

L'unità originaria si è frammentata e ne derivano la pluralità e il molteplice, sentiti come rovine (cfr. p. 68), forse nostalgia dell'acqua-nascita: sono queste le coordinate in cui appare la gioia, in tutta la sua temerarietà. Pulvis et umbra, dunque, è in essenza la vita.

La gioia accade, ma non si concilia con l’essenza della vita, che è tragedia. Questa lacerazione sta al centro del libro. Non c’è angolo del libro in cui non lo si affermi.

Se si crede che l’amore sia un rimedio, tanto vale sgombrare subito il campo, cercando di chiarire. Ma anche qui le cose non sono facili.

Il tema d’amore appare qui nel libro assai presente, ma in modo perlomeno critico e direi trattato in modo radicale, spietato: si può dire che non ci sia luogo d’amore, nel libro, in cui non appaia l’ostacolo all’amore, la sua difficoltà, quasi la sua impossibilità: “Amarti è di nuovo covare/la nausea del non capire,/è l’aver smarrito/il sentiero scavato/dall’aratro…” (p. 41); eppure “nella cecità amo, amo senza misura” (p. 52). Insomma, restando in tema, se amo è dalla stessa parte di credo, ovvero nella terra delle emozioni, allora ci si ritrova nella temperie del credo quia absurdum, dunque, ancora una volta, del più classico paradosso: amo quia absurdum. Mi domando: si tratta di una difficoltà di principio? Forse è inutile domandare, se si presta fede al titolo? La risposta sembra facile: difficile, anzi temerario o impossibile, è vivere. Dunque amare.

Temerario o impossibile: hià, ma non entrambe le cose. Ma se leggo trovo temerario, non impossibile. Vuol dire che si amerà, nonostante ciò sia temerario e forse assurdo. Perché già si ama.

È che la gioia ha sempre un bordo tagliente (cfr. p. 71). Un esempio? Dei tanti? La paura di perdere.

Nella vita non va molto meglio, “Si va incontro alla dissolvenza/… /eppure si va ancora, perché…/ si deve, perché tutto va medicato/finché c’è terra da occupare…” (p. 56) e il pensiero non aiuta, “Orfeo chiama la morte,/in fondo, mentre chiedo/solo di rientrare col mio/morbo d’affetto/nella culla dell’acqua” (p. 22).

La distanza dell’ironia s’infiltra ovunque, a mostrare verità nel mentre che offre un piccolo sollievo; così per un verso ogni cosa è una e molte, “la misericordia è grande/ma non si spoglia/della tenebra” (p. 38) e peraltro, mentre si mostra il dramma universale, trovo che “ogni cosa/ricade nell’accadersi e si concentra/in un solo segreto sorriso” (p. 36); e si veda come viene presentato, con infinita ironia e anche auto-ironia (ma non solo!), il tema del sesso (p. 37), in un componimento che merita attenzione, perché molto più carico e denso, più stratificato, a mio avviso, di quanto si possa intendere a prima vista; e di più, in un’altra apertura, si mostra la letizia, come qualcosa che accade, s’è detto, ma alla quale non ci si dà, perché infine occorre, appunto, mantenere le distanze: occorre “subire la letizia/senza piegarsi mai” (p. 39), come dire: insomma, gioia è concessa, e sia, ma niente illusioni!

E ora, più in generale sui destini, ora che “il regno si è espanso: ormai possiede i mari/più vasti…”, avviene che “nessuno sa”, non dico dove andare, questa non può essere la domanda, ma anche, poiché “il porto è segreto”, nessuno sa da “dove salpare” (p. 65).

Sembriamo possedere i mari, ma ci sfuggono i porti.

Non trovo gran distanza dall’atmosfera di respirazione intellettuale del nostro tempo, che resta, nei suoi strati emergenti, quella di Nietzsche e dell’analitica esistenziale di Heidegger, ma con presenze da attraversamenti delle saggezze.

Un libro di poesia, quindi, assai consapevole, molto conseguente e compatto. E dall’estrema cura della scrittura emergono scintille, lampi.

                            

Letto 260 volte Ultima modifica il Giovedì, 02 Agosto 2018 08:33