Giuseppe Menta. Un uomo che sapeva vedere. Autobiografia a quattro mani a cura di Vincenzo Guarracino. Ronzani Editore, Treviso, 2025.
Nota di lettura
Il libro "a cura di" Vincenzo Guarracino eppure "scritto a quattro mani" sulla vita di Giuseppe Menta, il maggiore stilista italiano del tessuto, racchiude una serie di significati e si legge come una favola.
Il libro consiste di due sezioni complementari, di cui la prima parla della seconda, la seconda illustra in immagini la prima. Entrambe, come vuole il titolo, sono dedicate alla vita e all’opera di Giuseppe Menta, un genio della moda italiana e stilista di tessuti, scomparso di recente. Ma ci sono dentro anche altre cose, alcune in primo piano.
In tutta la prima parte del libro, 224 pagine in cui domina la parola, chi legge attraversa un grande affresco della storia di un uomo nel quadro della vita d’un’epoca. La maestrìa scritturale di Guarracino, anche critico d’arte, offre al lettore una esposizione assai gradevole, in più evidenziando come il discorso biografico, siccome per alcuni versi è esemplare, assuma rilevanza etica. Vi si legge dei primi anni del protagonista nella città natale, Cremona, patria anche di Stradivari, in una zona del Nord che fu laboratorio di esperienze politiche, per via della contrapposizione tra presenza operaia industriale organizzata nei sindacati e proprietà agraria che appoggiò il sorgere del fascismo di Farinacci e il conseguente dramma punteggiato da omicidî e reso, tra l’altro, con il racconto del licenziamento e dell’aggressione quasi mortale subìta dal padre di Menta, ebanista-ferroviere, ad opera di squadristi, e poi fino alla sua scampata (per cause del tutto fortuite e fortunate) deportazione in Germania, nel 1944; della solidità morale della famiglia, degli esempi di vita dei genitori, tra lavoro, dedizione e rispetto degli altri; del ritorno alla pace e al lavoro nel dopoguerra fino all’incidente quasi mortale occorso al padre, segno fatale del compiersi del suo tempo: qui Menta dice in prima persona «Incominciai in quel momento a diventare adulto». Vien reso il quadro degli anni di secondo dopoguerra, di Pasolini, del suo ricordo di Gramsci, con le prime elezioni politiche nel clima internazionale della Guerra fredda e poi della invasione russa della Cecoslovacchia, il rifiorire del lavoro e dell’occupazione, la evocativa canzone “Se potessi avere mille lire al mese”, vengono menzionati tra gli altri Fortini e Moravia. Si assiste al primo ingresso di Giuseppe, a quattordici anni, nel campo del tessile comasco, a far da pendolare tra Cremona e Como; si leggono interessanti descrizioni tecniche della stampa su seta, lana e cotone, al tempo e anche dopo; le incursioni del protagonista da clandestino (non aveva concluso, molto a malincuore, le scuole medie, per poter dare una mano alla famiglia in anni difficili) alle lezioni milanesi dell’Accademia con i suoi celebri relatori e in un clima intellettuale, anche internazionale, molto vivace; la malattia contratta lavorando e sperimentando al colore, l’esperienza nell’Azienda tessile Erba su proposta «che non si può rifiutare» ma terminata in malo modo; i mutamenti nel campo della moda, i contatti con i grandi stilisti, a partire da Giorgio Armani e Gianni Versace, poi Yves Saint Laurent, i successi, i personaggi conosciuti nel mondo dell’industria tessile e della moda, su scala planetaria – p. e. il giapponese Ikeya, con cui vi sarà lunga collaborazione – ma anche nel mondo dello spettacolo, come Dario Fo e Franca Rame, l’incontro fortuito con la cantante (anche lei cremonese) Mina, gli eventi. La vita del mondo della moda nella società italiana del secondo dopoguerra, fino a oggi.
I viaggi di apprendimento e d’incontri (Siqueiros, Buñuel), ma insieme e molto di carattere politico, come per l’America Meridionale e Centrale – e in particolare in Messico e in Guatemala, poi il Portogallo, la Tanzania.
Una galleria di personaggi legati alla famiglia (lo zio Giuseppe, la zia Gina) o alla cerchia sociale (i compagni di giochi e scuola, la rivalità e la competizione, la solidarietà), i buoni collaboratori. Alcuni grandi della cultura e della politica, i giornali e i giornalisti, quelli della carta e quelli della TV. Sfilano anche i fatti, colpiscono: le lezioni richieste all’uomo che non aveva potuto studiare, eletto e nominato docente di progettazione grafica agli allievi laureati del Politecnico o anche invitato come cuoco, a preparare piatti specifici, dovuti alla sua versatile creatività, in un celebre ristorante dove gli artisti erano di casa.
La seconda parte del libro, quella in immagini fotografiche, si suddivide a sua volta in due parti: una prima, “I ricordi”, sono istantanee d’una intera vita, e la seconda, “Le opere”, ovvero le foto delle preziose invenzioni, che oggi sono parte di storia della moda italiana, in cui la vita venne spesa. La prima sezione di questa seconda parte del libro restituisce dunque i volti del tempo di Giuseppe Menta: luoghi, eventi, persone care soprattutto. È intuitiva per definizione, l’immagine, e, nel caso, il suo significato; ma non meno pregna di senso appare la galleria di immagini d’immagini, cioè delle invenzioni di Menta per i nomi celebri e per le ditte con cui lavorò – intanto ne mostra l’importanza l’esergo di Santo Versace, e a conferma si vedano anche i ringraziamenti, a fine testo. Qui scorre la serie dei modelli colorati, delle modelle per défilé, degli abiti e degli accessorî, delle (implicite) sfilate di moda, delle stampe o dei dipinti a mano su tessuto: organzino, rasi, cotoni, lini, sete e velluti, versioni jacquard, plissé, dévoré, moiré; degli abiti come manifesti, dei manifesti come icone di moda, effetti ottici e cromatici, disposti in terminologie note soprattutto al mondo femminile, a men che non si tratti, come nel caso di Menta, d’uno specialista della moda o, come viene definito, di uno «stilista di tessuti». Si è condotti così, scorrendo le pagine, all’oro e alle pietre preziose e ai disegni, che si presentano verso la fine, quasi a suggello.
Spicca in questa sezione d’immagini di fantasia fatta realtà, spicca nel suo deliberato understatement, un manifestino-invito, che implicitamente, ma non tanto, dichiara una posizione etica sul lavoro della moda, considerato impegno di carattere operaio come gli altri, ponendo in primo piano, al centro, una lista di «materie prime» come «cordame-filo di ferro-tessuti-cemento» (sic!).
Tutto il libro è frutto d’un dialogo tra Guarracino e Menta (spesso, le sue parole sono tra virgolette) che è durato molto tempo, e d’un lavoro, quello finale di redazione, condotto a termine in un triennio. Una scrittura che il curatore-scrittore Vincenzo Guarracino dice dunque, sempre in copertina, d’aver condotto «a quattro mani» con l’amico Giuseppe Menta, «un uomo che sapeva vedere», come suona il sottotitolo e come si mostra nel testo e nelle foto: per lui la percezione dell’occhio era, in «particolari apparentemente insignificanti, quel quid misterioso che solo la fantasia sa trasformare in occasioni di progettualità». Un poeta, insomma; e, siccome il suo elemento è il colore, un poeta della luce…
Ma va sottolineato, perché si legge ovunque, che sempre nella sua attività, anche nell’uso del colore nell’industria, Menta è portatore «di una visione etica». Un carattere del libro si può ravvisarlo a mio avviso nell’accostamento tra la sua arte, di «un vero grande artista» – è l’elogio di Versace a Menta, nel esergo menzionato al libro –, tra la sua «fame insaziabile” per i libri, l’arte di Guarracino, per un verso; e, peraltro, la deliberata chiamata in causa del carattere operaio e quindi artigiano, voluta da Menta nel manifesto da lui ideato e citato e che credo Guarracino stesso, per suo conto, non disdegni affatto: il punto è ricordare sempre le proprie origini, le madri e i padri, poi in qualche modo il quasi inconsapevole «mettersi in gioco» di continuo, tuttavia serbando «sapienza contadina» e restando, come si suol dire e viene scritto, «con i piedi per terra», in «profonda umiltà». Il punto è anche, in chiave etico-politica (perché fare arte ha sempre qualche implicazione politica) che si testimonia il «sentirsi partecipi e testimoni» degli eventi, senza ricadere, ignorandoli, nel mare dell’ «indiffe-renza»; e anche quest’ultima ipotesi dell’indifferentismo sappiamo che avrebbe valenze politiche, comunque. Il libro è così un testo denso di riferimenti, sullo sfondo della città di Como e del suo tessile, alla storia ufficiale e a quella negletta di quest’ultimo secolo, tempo di disastro politico e bellico, di povertà, poi di lavoro, di personaggi illustri. Le carte sono messe in tavola da Guarracino fin dalla prima pagina, in cui si usa una immagine dello Zibaldone leopardiano, quindi con momenti della storia dell’arte, del cinema e della pittura, della letteratura italiani e occidentali, con Picasso, Rothko, Burri… della storia dello spirito, evocando il comasco Plinio il Vecchio, Eugen Fink, le scienze (Monod, Alessandro Volta…). Si tratti di atélier o di officina, tornano alcuni punti d’una poetica del colore: «la materia del colore possiede una sua intrinseca energia, che è in grado di orientare il pensiero e la mano dell’operatore verso forme nuove e impensate…». Se si sostituisce “parola” a “materia del colore” si avrà una prassi simile, in generale, a quella del fare poesia. Si pone in più momenti il problema (che non è solo tecnico) di conciliare l’unicità dell’opera d’arte con la riproduzione su tessuto e si racconta la soluzione inventata.
Il momento dell’intuizione rasserenante ma anche creativa è reso nella descrizione della sorpresa d’una foglia che scende danzando al suolo: Menta è stato «sempre teso a fare proprio delle immagini il centro del suo sistema emozionale e morale», realizzando a partire da «modelli eterni», in particolare da «Michelangelo e Leonardo», pur consapevole parla tuttavia anche dal mondo della musica, come tra l’altro dalle parole di Francesco De Gregori, in questo caso per via dell’ideale di giustizia.
La vita di un uomo e di un momento della storia, su scala cosmica, sono solo un breve accendersi; ma sul nastro del tempo su cui sembriamo scorrere noi esseri umani, la vita è popolata di momenti indimenticabili e tutto può dirsi connesso, un filo o molti vanno dall’infanzia povera al racconto della visita ai Presidenti, a Salvador Allende in Cile e a Julius Nyerere in Tanzania. Il libro di un uomo può diventare libro «dell’insaziabile curiosità… coniugata al caso» che guidano non solo la sua ricerca ma quella dell’intero genere umano. Allora il libro va letto come si legge una favola.
