Ottava lettera
Alla donna di tango: tre tande (anzi qualcosa in meno) possono bastare.
Estate sempre più calda, e non si prevede un miglioramento. Quando vado a ballare – nel punto più facile e vicino da raggiungere, avverto in me una certa pigrizia, esitazione, anche per via delle temperature – non dovrei aspettarmi altro da parte delle compagne di tango, forse.
E invece no.
Ogni volta, loro mi sorprendono, perché non dirlo?
Compagne di tango, tutte le compagne di tango, quelle che non invito e quelle che non s’aspettano che io le inviti, o che rifiutano, quelle che per qualche motivo stavolta non accettano l’invito ma lo faranno, e quelle che invece accettano: ogni volta mi fate un regalo, è anche per la sola presenza, e sono grato per questo.
Perché ogni volta che si è insieme si supera un ostacolo. Nemmeno oggi e qui nell’Occidente del XXI secolo è facile la vicinanza tra la donna e l’uomo, basti vedere le cronache e le notizie. Anzi sembra ancora che qualcosa lo scoraggi: non fosse per l’attrazione, benedetta attrazione, lo dico in generale! E qui per il tango sembra l'opposto, sembra che nessuno ci pensi.
Qui nel tango, lo speciale ballo di coppia nato come ballo tra uomini perché dicono che mancassero donne in quel tempo di fine Ottocento, in quei luoghi tra Montevideo e capitale argentina, l’abbraccio è addirittura previsto, nelle sue varianti possibili. E avviene, l'abbraccio, nonostante tutto: perché i divarî d’età sono in molti casi assai rilevanti, eppure spesso non vi si fa caso. Perché con questi chiari di luna, cioè con queste temperature, ci si deve aspettare riluttanza alla prossimità fisica: arrivo, mi siedo su una panchina e avverto la differenza tra l’aria condizionata dell’auto e la notte torrida, e comincio a sudare. Sarà a maggior ragione ballando: chi vorrà condividere il sudore?
Invece, ancora no, non è così: sulla pista circolare, le coppie ballano, sembra tutto come al solito, hanno mandato al diavolo la temperatura, si è in ogni tipo di abbraccio, comunque in abbraccio. Chi troverà oppportuno mescolare, nel contatto, respiro e sudore? Eppure…
Eppure la invito ed ecco che lei, l’amica di vecchia data, mi dice: per ballare smetto di bere e vengo subito, e si balla due brani di tango, al primo siamo un po’ più larghi, ma è molto relativo, il secondo lo balliamo in abbraccio stretto. Il miracolo si ripete. Magnifico.
Un po’ di tempo per asciugarmi (!) e riflettere, si beve e si mangia, si festeggiano ben due compleanni. Mi siedo di nuovo e guardo. In me il demonietto del tango si va affievolendo: me lo dico ogni volta, lo so ma non per questo smetto, anzi osservo incantato quelli che ballano anche altri balli, anche su internet. Ma che bravi. Il corpo “possiede” una propria intelligenza, come negare che sia una, è una l’intelligenza, ma viene in evidenza o è data in forme diverse, perché si applica, noi diciamo, nei diversi apprendimenti. La vita è breve per apprendere tante, troppe cose, un mare di cose. Ma non ho dubbi, il mio interesse per il tango è diminuito e inoltre è chiarito, adesso e da tempo, che lo ballo per ballare. Nessuna competizione, niente da esibire né altro. Non per questo smetto né al contrario cerco di ballare più che posso, come facevo: non è questione di quantità. Cerco la donna nel tango per l’abbraccio del tango, e anche perché so e spero che potrei avere sorprese. Quali sorprese?
Allora arriva lei, la seconda ballerina: lei che sempre mi sorride, con un carattere molto dolce, che nonostante io le chieda qualcosa che non sa fare, o che non capisce, me lo dice e ha pazienza. Con lei, balliamo altri due brani musicali – ho invitato anche lei al secondo tango – e si balla bene, non perché sia una virtuosa degli aspetti tecnici ma per via d’una rara qualità della sua presenza, del suo contatto femminile molto tranquillo. Finita la musica, così presto. Un sorriso ancora e via.
Ma perché aspetto sempre il secondo tango e non comincio con quello iniziale, cioè il primo dei tre della tanda? Mi rispondo da tempo che, soprattutto quando c’è molta gente, e molti uomini, vedo l’iniziativa maschile in azione, veloce – gli uomini cioè si precipitano a invitare le donne – e ho problemi a fare in quel modo. Allora i casi sono due – quando c’è molta gente, è chiaro (se poi gli uomini sono pochi, più facile che una donna resti libera e che si possa invitarla per tempo): sono due. Primo caso, una donna è così vicina a me che mi è facile invitarla sùbito; oppure, nell’altro caso, aspetto che i destini dei prossimi minuti siano compiuti, che siano fatti gli inviti, cioè mi tocca aspettare il secondo giro per invitare un’amica rimasta libera e molto spesso ve ne sono.
Così stasera, aspettando e riflettendo a bordo della pista, mettendomi un po’ in margine, letteralmente, come se fossi arrivato per guardare invece che per ballare, mi succede di trovare libera lei e la invito. So che il suo livello è alquanto superiore alla media, ma non mi aspetto certo quello che verrà, come potrei. Ed eccola, la sorpresa: in questi due giri di tango, circa sei-sette minuti, lei, sebbene provata dal caldo, mi regala competenza, attenzione e ascolto, creatività di movimenti minimi e dedizione. Solo sei-sette minuti ma “ci” sentiamo da subito, reciprocamente: balliamo secondo il ritmo e la melodia, come una persona sola, sorrido in me stesso come se stessi sorridendo a lei e alla fine ci separiamo dicendoci un grazie reciproco, io dico: – grazie a te, e lei precisa: – a tutti e due. So che lo pensa davvero: giusto, abbiamo ballato in due ma eravamo uno e due, cioè insieme. Asimmetrici nel movimento eppure all’unisono, come si conviene, in quella singolare maniera che è tutte le innumerevoli maniere proprie solo del tango argentino. Ecco un tema per un'altra lettera: il tango argentino è maschile, come mi ha detto qualcuno, forse alludendo al fatto che sia nato tra uomini (si tramanda); oppure è maschilista, come sembra pensi qualcun altro, perché si dice che l'uomo conduce e la donna segue? Ma ne ho già detto quando iniziai: negai entrambe le ipotesi, falso dilemma. E invece adesso, dopo tanto tempo, ne so qualcosa in più? e cosa direi?
Posso tornare a casa, anche solo questo che ho descritto poteva bastare e il buonumore è assicurato. Peccato, un’altra, che ogni volta mi fa inventare proposte e inventa risposte, intanto se n’è andata. E poi ce ne sono ancora altre, riconosco di non essere molto socievole o veloce nel fare amicizie, come si dovrebbe: il tempo passa e si cambia. Ma qualcosa di buono no, per fortuna non cambia.
