Raffigurazione di S. Anna del 1714 Raffigurazione di S. Anna del 1714
24 Marzo

Visita a S. Anna in Nocera Inferiore

 

Con il presente intervento ritengo esaurito l’impegno – che presi un anno fa, con me stesso – di approfondire la conoscenza di questo luogo in cui mi sono trovato ad abitare, luogo stupendo e miserrimo per l’incuria di chi è preposto a curarlo, in primis anche di chi vi abita, fatte salve eccezioni, ovviamente.

Oltre a provvedere a cose di quotidiana o ordinaria rilevanza, che comunque sono importanti per la nostra vita, si può studiare e guardare le immagini lasciate dal tempo e dagli uomini che mi hanno preceduto. Così ho fatto.

Qui la grande storia (e qualcuno dice: la piccola insignificante storia d’Italia; può darsi: sarà un nostro errore di prospettiva, la grandezza?) è passata comunque, e ha aperto tracce, eretto mura e torri e campanili, nell’aria conventi e palazzi sono sorti, o sotto i palazzi, ha aperto e ancora costruito perfino nell’underground. Avverto che anche sotto i piedi restano vestigia della grande vita che un tempo pensò e scavò gallerie, ipogei, canali; vedo cose quando meno me lo aspetto. E poi giardini, stanze per gli ospiti, viali, strade, addirittura una reggia fortificata, in dimensioni proporzionate, che cioè rinviassero alla grandezza dei re committenti, e un palazzo illustre, enorme, in attesa di nuove fioriture, tuttavia splendido ancora, nella luce che lo investe dall’alba al tramonto.

Tutta la grande storia, tutta la vanità e tutta la caducità degli uomini, per quanto ricchi e potenti, si mostrano anche qui.

Ma anche le testimonianze di una vita spirituale che ha dato frutti, offrendo la sensazione che, pur nelle differenze, le altezze vertiginose dell’Oriente e dell’Occidente qui in questo angolo d’Italia meridionale si tocchino come nei più famosi centri europei e indiani o cinesi: penso a illustri o anche umili – com’è in carattere – spiriti del francescanesimo (qui tre conventi, di cui uno di clarisse, clausura femminile, ovvero Santa Chiara, non proprio al Borgo ma attiguo, uno dei cappuccini, Sant’Andrea, e uno dei francescani, Sant’Antonio, quest’ultimo ancora vivo centro di cultura) e dell'Ordine dei Predicatori (due conventi domenicani: quello di S. Anna, di cui in questo resoconto; e il non meno antico convento di San Giovanni in Parco, disabitato, visitato dai ladri, purtroppo a grave rischio per il mancato completamento delle chiusure, dopo la prima messa in sicurezza): come chiamare questo addensarsi di opere? Una specie di competizione degli spiriti nella modalità dell’intendere il sacro e la vita al servizio degli altri e della divinità su questa terra? E comunque il fervore religioso, protetto e promosso da ricchi signori dell’epoca, alimentò anche le opere degli architetti, dei pittori, degli scultori, dei maestri muratori; li portò a edificare grandi insediamenti l’uno di fianco all’altro, nello spazio di un chilometro, il sacro accanto al profano, per quanto allora li si distinguesse, e, suppongo, a promuovere fuochi di cultura e di civiltà, come fu possibile nell’ambito della cultura ufficiale dell’epoca.

Non ho svolto un lavoro da storico, lo dico per l’ultima volta, è che ho dovuto informarmi, come chiunque potrebbe, avendone tempo e voglia. Come se, non avendo qui stelle familiari, nell’ennesima piccola mia inquieta migrazione, avessi inteso scavare e piantare in questa terra esili radici, ma di quelle che in tutto il mondo potrei: sempre estraneo, sempre uomo, mai straniero.

Chiunque potrebbe offrire simile contributo di conoscenza all’angolo di terra che lo ospita e lo farebbe anzitutto per sé stesso.

Visita a S. Anna il 30 gennaio 2019 

È il 30 gennaio 2019 e finalmente riesco a visitare il visitabile dell’antico monastero di S. Anna, grazie alla disponibilità della comunità delle suore domenicane. Viene ad aprirmi la porta della chiesa suor Maria Maddalena Brunelli, che ricordavo: del tutto casualmente, è più di un anno, forse due, eravamo capitati qui con un’amica, un pomeriggio, e proprio lei, suor Maria Maddalena, ci aveva accolto sulla soglia della chiesa e guidato nei due corridoi laterali, fornendoci dettagliate spiegazioni degli affreschi e dei dipinti. Al momento non avevamo potuto trattenerci e ci eravamo lasciati con il proposito di tornare.

In realtà non prevedevo ancora di tornare, ma intanto è maturato il proposito e ora lo attuo, avendo io progettato una conoscenza sistematica di tutti i monumenti più importanti tra Borgo e Parco (cioè la collina del castello) di Nocera Inferiore. I miei piccoli articoli sono tutti sul mio sito, servizi e foto, mancava solo S. Anna, ed eccoci qui.

Suor Maria Maddalena è non solo disponibile ma anche attenta, colta ed esperta in materia d’arte e storia del convento: fa piacere ascoltarla. Lei ama questo ruolo. Basterà integrare, per scriverne, le sue indicazioni con la mia conoscenza dei due volumi dell’opera di Gerardo Ruggiero sul monastero. Lei avrebbe voluto insegnare, mi dice, ma poi non è stato possibile. Viene da un paesino abruzzese, si esprime in modo appropriato, preciso, è molto lucida per i suoi oltre ottant’anni, qualche acciacco di cui parla serenamente non ne ha minimamente scalfito la tranquillità, a quanto sembra.

Una bella persona serena, che vive in pace dello spirito la propria vita.

Visiteremo soltanto la chiesa, i due ambienti a sinistra e quello a destra (a sinistra, il corridoio affrescato e la grande stanza, al termine del corridoio, con quel che resta del coro ligneo, gli affreschi sul soffitto e la grata che dà sull’altare maggiore a destra. Giusto un’affacciata, ancora verso sinistra, giusto uno sguardo, dall’angolo tra i due lindi portici che vanno su due lati d’un giardino interno.

Cominciamo la visita dal corridoio a sinistra della Chiesa, una volta entrati, come la volta scorsa.

Probabilmente, dice suor Maria Maddalena, il corridoio faceva corpo con la chiesa; poi, in seguito a rifacimenti, modifiche anche forse dovute a terremoti, l’ambiente risulta separato. L’arco che risulta sulla destra del corridoio, frutto di una scoperta di affreschi e portato parzialmente in luce, forse venne murato dopo il terremoto del Seicento, che distrusse la chiesa; dunque forse l’ambiente faceva parte della chiesa originaria.

Ma, nel momento in cui si scavò sotto l’arco, venne in luce un saggio degli affreschi di cui era decorato tutto l’ambiente, e di cui forse doveva essere ricca in origine tutta la chiesa: l’affresco sull'arco smurato – una storia a puntate, quasi un fumetto devozionale dell’epoca, se mi è consentita la commistione sacro-profano, una lapide lo attribuisce all’inizio del XV secolo – è sulla parabola del pellegrino: racconta della storia di un giovane, a torto accusato di furto e impiccato e salvo per intervento soprannaturale (presenze angeliche impediscono che muoia, tenendolo per molto tempo sollevato a mezz’aria) in modo che egli infine, se non sbaglio secondo consuetudine (gli impiccati che non soccombono vengono liberati) è salvo.

L’affresco prende circa metà della parte interna dell’arco, quella portata in luce; l’altra metà è ancora murata.

Sulla parete di destra, figure di cui non ho la descrizione ma solo un saggio fotografico con didascalia (cf. Galleria di questo sito).

Gerardo Ruggiero invece, nel suo doppio lavoro sul convento, parla in modo preciso degli affreschi che sono sulle altre pareti, ovvero all'inizio, subito a destra per chi entra, una versione di S. Anna Metterza (metterza: in mezzo, cioè, a Madonna e Bambino Gesù) e poi, sulla parete a sinistra di fronte all’arco, egli descrive la teoria dei santi domenicani e anche no: Santa Lucia, San Tommaso d’Aquino, San Paolo, Santa Caterina da Siena…

In fondo nello stesso corridoio, sempre sulla parete a sinistra, una crocefissione, di cui pure parla Ruggiero, non in termini assai positivi, e poi una deposizione piuttosto pregevole, che è una scoperta di suor Maria Maddalena, la quale sulla base della giusta supposizione per cui tutto l’ambiente dev’essere affrescato, cominciò con mezzi molto delicati, artigianali, ovvero con una limetta, a portare in evidenza le figure, e quando ciò avvenne gli esperti finirono l’opera.

Suor Maria Maddalena ricorda, è molto precisa: la data dell’inizio della scoperta è il 3 novembre del 1990, dopo che Ruggiero ebbe pubblicato il primo volume! Dunque questa deposizione non è riportata sulle foto né figura tra le descrizioni del libro di Ruggiero ma è ben reale ed è qui nel sito web, sempre nella Galleria.

Sul pavimento del corridoio, i resti del pavimento maiolicato con dominanze di verde; tale pavimento, sicuramente del Settecento (1714?), è integro e invece ben conservato nel grande ambiente che si apre al fondo del corridoio, e che forse anch’esso faceva parte della chiesa.

Nello stesso ambiente, lo stanzone in fondo, posso ammirare (e fotografare) il dipinto su tela del soffitto: San Domenico in contemplazione della Madonna che copre col manto monaci dell’Ordine.

Suor Maria Maddalena mi mostra anche l’inizio dei portici del cortile interno, a cui da qui si accede (non ho autorizzazione a entrare, posso solo fotografare da lontano), quello davanti a chi guarda è visibilmente fuori squadro, per via del terremoto del Seicento, e sorretto da montanti esterni aggiunti in muratura; il portico a sinistra di chi guarda porta due statue in grandi armadi a vetri, in cartapesta e gesso, che rappresentano S. Vincenzo (Ferreri, italianizzato, o Ferrer, perché spagnolo) con le ali (quindi detto l’angelo del Signore) e la tromba, e S. Domenico.

Prima di descrivere e terminare la visita, preferisco qui riassumere tratti di storia del Convento, che comunque ho desunto dalla lettura dei due libri di Ruggiero.

Mi è preclusa la biblioteca. Ruggiero nel suo libro ne scrive con molto interesse, in particolare a causa della raccolta là presente degli atti e dei documenti, che consentono di ricostruire con precisione la storia del convento), fu teatro a volte di drammi, di tragedie personali (cf. p. e. a p. 85 del secondo volume); sul “vizio della proprietà” anche all’interno della vita del Convento; su come a volte parti della Chiesa ufficiale poi avversino e combattano il Convento avanzando pretese, si veda sempre Ruggiero (p. 67 secondo volume). È appena il caso di ricordare che molte suore, qui, furono costrette anche giovanissime dalle rispettive famiglie, per motivi che potevano anche prescindere dalla vocazione e dalla religiosità, riguardando la divisione del patrimonio e il prestigio, cose d’altronde abbastanza scontate nella mentalità delle famiglie benestanti o signorili dei secoli trascorsi, sebbene atroci a dirsi e a pensarsi oggi, e durissime a subire, anche all’epoca.

Il convento inizia la sua storia con Pietro di Capaccio, eminente vescovo e ambasciatore pontificio del XIII secolo, nonché uomo ricchissimo; la regola iniziale è quella di S. Agostino, poi nel 1288 (è possibile ricostruire con precisione, sempre grazie ai preziosi documenti conservati in biblioteca) il legato pontificio Gerardo da Parma affida la comunità all’Ordine dei Predicatori, i Domenicani. Il convento, riferisce Ruggiero, è nominato erede universale da Pietro di Capaccio.

Rispetto ai legami tra Pietro di Capaccio e Gerardo da Parma, di costoro con l’eminente famiglia dei Sanseverino e di tutti con la corte Angioina di Napoli, che ha sconfitto, come si ricava dalla storia del Mediterraneo e d’Europa, gli Svevo-Normanni di Federico II e suoi successori; di come in tutto questo rientri poi l’importazione del culto di S. Anna, già diffuso nel lontano bacino danubiano, nell’agro nocerino-sarnese, e di come i Sanseverino siano in legami finanziari e di potere ma anche spirituali con vescovi, curia pontificia e regno angioino, e in questa vicenda rientri anche il conte e Santo della Chiesa Tommaso d’Aquino, racconta molto bene Ruggiero. Questo è il contenuto, in parte, del primo volume.

Dopo Trento, dice poi Ruggiero nel secondo volume, subentra la ristrutturazione edilizia del complesso, in ottemperanza alle norme di intensificazione della clausura; dopo il terremoto della seconda metà del Seicento, avviene inoltre la ricostruzione della chiesa e di parti del convento.

Si legge nel secondo volume, come in un romanzo, dello scontro, durato tre secoli, tra le indomite suore e i vescovi di Nocera e con i domenicani di Napoli; mentre nel precedente volume il conflitto concerne i rapporti tra suore e Ordine Domenicano, dal momento che le suore di S. Anna non vogliono rassegnarsi alla disciplina e in certo qual modo al controllo da parte dei superiori, sicché a un certo punto vengono abbandonate, rischiando l’estinzione per cause naturali, ovvero per morte di tutte le appartenenti al monastero.

Lo scontro con l’Ordine dei Predicatori (Domenicani) si risolve con il rientro del convento nei ranghi, dal momento che le suore, persistendo, vedrebbero compromessa l’esistenza stessa del convento; il conflitto con i Vescovi nocerini, invece, vede il costante successo del Convento, ed è evidente che i vescovi sono mossi da questione di interesse, dati gli immensi beni del monastero fino all’avvento del regno d’Italia, sui quali vogliono metter mano; prova ne sia che i conflitti terminano allorché (1861-6) il neonato Regno d’Italia espropria tutti i beni del Monastero. Il dissidio con i domenicani di Napoli, infine, si risolve anch'esso in favore del Convento, perché la sua comunità vien fatta dipendere direttamente dal Generale dell’Ordine.

La popolazione del convento è di continuo messa a repentaglio da fattori vari, fini alle odierne presenze (poco oltre la decina, dice suor Maria Maddalena: oggi le vocazioni non sono facili).

Nel 1520 sono censite solo 7 monache n. 2 a p. 30 secondo volume); nel 1532, le coriste sono ben 32 (p. 3); il picco elevato è di 73 presenze nel 1743, ma con 5 uomini, 49 coriste con 2 novizie e un’educanda, 16 converse (c’era una differenza sociale tra converse e coriste, v. secondo volume, p. 77, con l’interessante digressione sull’aver “voce in capitolo”, ovvero una specie di consiglio direttivo del Convento, si veda la p. 81) e 3 inservienti (p. 108). Nel 1864-5 le monache sono 49 (p. 161), nel 1863 si registrano 37 coriste e 18 converse più inservienti e almeno due frati; oggi, dalle oltre quaranta di una trentina o quarantina d’anni fa alla drastica riduzione.

Ma è anche interessante come si determini diverse volte la rinascita del Convento, dopo tutte le traversie, con la riduzione drastica del numero delle monache (pp. 162 sgg. e 176), il ripopolamento, l’esproprio, il riacquisto, il riconoscimento da parte dello Stato Italiano[1] – nel ventesimo secolo (pp. 155 sgg.).

Suor Maria Maddalena racconta della sua conoscenza di Gerardo Ruggiero, l’autore dei due volumi sul convento, e di come questi restasse sovente a lungo, ammirato, a contemplare gli oggetti e l’ambiente. Non si può spiegare diversamente la sua lunga dedizione al luogo, che ha portato a un lavoro certamente prezioso, ma anche godibile dal punto di vista letterario, intorno a questa storia di circa otto secoli.

Non posso, a mia volta, sottrarmi del tutto al fascino, all'atmosfera che qui si avverte. Penso a quante generazioni, alle vite delle donne e delle persone che qui sono vissute e morte, alle loro storie. L’ho pensato anche leggendo Ruggiero. Egli vi accenna raramente, ma si coglie che questo luogo, oltre che motivo di alta spiritualità occidentale e di raffinata cultura (non ho proprio dubbi: ma si vedano, nel secondo volume, le pp. 147-8), fu anche teatro di sofferenza e forse di tragedie esistenziali.

La visita sta per terminare, suor Maria Maddalena si è prestata, ma non può restare molto tempo in piedi (lo deduco: non lo dice, con grande cortesia), e poi ci sono degli orari da rispettare nella vita del Convento.

Mi mostra l’altare maggiore: anche qui, Ruggiero descrive bene la storia, è un gioiello autentico, di magnifico artigianato barocco, con ricchezza di marmi policromi e pregiati. Il grande dipinto alle spalle dell'altare fu donato da Angelo Solimena (Ruggiero vi trova un riferimento a quello già donato e presente in S. Chiara, l’altro convento di clausura femminile in Nocera Inferiore, quello francescano). In proposito, Ruggiero annota: improbabile che Angelo Solimena si servisse della figlia come modella per la Vergine, come si dice – forse lo fece per altri quadri. Certo, invece, che qualche anno dopo la donazione, avvenuta nel 1661, Anna Gerolama figlia di Angelo entrava in monastero, poi sarebbe stata priora). Presenze domenicane nella rappresentazione sono S. Agnese di Montepulciano, papa Pio V, S. Caterina da Siena, S. Domenico, S. Tommaso.

I quadri che elenco di seguito non posso vederli né fotografarli, e così gli altari: gli altari sono stati rimossi per guadagnare spazio, mi dice la mia guida, mentre Ruggiero li elenca; ma in parte ne restano i marmi, e del resto le preziose parti sono conservate con estrema cura. I quadri sono invece presenti dov’erano, ma sono stati ricoperti, come il pulpito ligneo, per evitare i guasti della polvere prodotta a causa dei restauri in corso.

Così conosco i tesori ancora integralmente presenti e quelli ricomposti.

Sul sito del primo altare a sinistra è il quadro della Madonna del Rosario donato da Francesco Solimena nel 1728 (e negli anni, al Convento, furono presenti ben quattro donne dei Solimena…)

Nel luogo del secondo altare a sinistra è l’Adorazione dei magi donata da Orazio Solimena nel 1772.

Sul primo altare a destra, una rappresentazione di S. Domenico in Soriano firmata “suor Chiara Villani 1660”, ovvero una suora presente all’epoca; ma non è probabile, argomenta Ruggiero, che ne sia stata lei l’autrice; il quadro è molto raffinato, forse l’autore fu Luca Giordano.

Sul secondo altare a destra, un Cristo trionfante tra santi domenicani su tre livelli: in alto Madonna e S. Vincenzo Ferrer; livello intermedio, Cristo con cinque santi; in basso, due monache adoranti.

Nel locale a destra, oltre al confessionale ligneo perfettamente restaurato, l’ammirevole Annunciazione di cui parla anche Ruggiero.

Nel centro della volta coperta dai ponteggi, sulla parte centrale della chiesa, Ruggiero segnala, a circa 15 m di altezza, una Madonna col bambino e santa adorante (S. Agnese da Montepulciano?) e due altre figure, forse in diffusione del giordanismo dominante a Napoli, forse del giovane Pennini, o forse del giovane Francesco Solimena. Intorno, dodici campiture con figure allegoriche.

Posso ammirare invece e fotografare le decorazioni sulla parte superiore del vano di ingresso della chiesa, nel tratto sottostante al coro: si tratta di otto spazi con figure allegoriche dipinte da maestranze influenzate dai Solimena (Ruggiero connette l’opera alle figure presenti nel monastero di San Giorgio in Salerno). Di lato, invece, storie di monache, di altra mano, forse.

Dopo aver visto anche il locale a destra, a fianco all’ingresso, ringrazio di cuore suor Maria Maddalena, e, tramite lei, la Madre Superiora. Prometto che segnalerò loro l'avvenuta pubblicazione di questo servizio sul mio sito.

 

[1] Il riconoscimento giuridico della comunità nocerina da parte dello stato avviene con il dpr 747 del 29/1/1948. La donazione dei beni già (ri)acquistati il 5/9/1953 da esponenti dell’ordine domenicano viene accettata il 25/3/1955                      

Letto 314 volte Ultima modifica il Lunedì, 25 Marzo 2019 10:52