22 Marzo

Alla ricerca della felicità - 5: il paradosso della rinuncia. Felicità e spiritualità (2)

Alla ricerca della felicità - 5: il paradosso della rinuncia. Felicità e spiritualità 
Discussione ad Angri il 21 marzo 2015 

L’impostazione che offre Natoli sul tema della felicità ( 2003 ) è evidente. Noi, sulle generali, potremmo pensare con la nozione di un diritto e di un rovescio della medaglia, come fa Natoli: nel senso che su di una faccia vi sia la strategia per conseguire la felicità, cercandola: la si ottiene – forse – allorché la si cerca con l’opportuna strategia. Da questo lato abbiamo le antiche ricerche da Socrate-Platone a Epicuro, e così via. Sull’altra faccia della medaglia troviamo l’affermazione per cui si può conseguire la felicità, o ciò che vi corrisponde, soltanto rinunciando alle strategie consuete e agli obiettivi consueti, come p. e. il piacere inteso carnalmente o le ricchezze o la potenza e il prestigio: solo rinunciando a certe cose noi allora possiamo sperare di conseguire la felicità. Qui troviamo l’erotica platonica ma anche gli Stoici e una versione del cristianesimo o gli stoico-cristiani come Seneca … o anche il buddhismo con l’ascetica e l’istanza del controllo sulle passioni, e ancora l’induismo con il concetto di ardore. O la mistica islamica, o altro ancora. 

Possiamo fare così. Invece intendo offrire un breve scorcio su un esempio insolito e anomalo: si tratta di ottenere qui qualcosa di più sottile a intendere, che in fondo implica la rinuncia, ma anche il conseguimento, non in senso materiale, e può essere inteso da tutti. Si tratta della lettura, resa in poche battute, del pensiero di Friedrich Nietzsche, ad opera del filosofo indiano Ananda Coomaraswamy (1877-1947), vissuto peraltro tra India, Europa e U.S.A., visione offerta in La visione cosmopolita di Nietzsche (La danza di Shiva, tr. it. Milano 2011). Con qualche mia interpolazione. 

Ne emerge: 
a) Nietzsche fu non filosofo in senso stretto ma poeta e mistico in modo molto simile ad altri eminenti mistici dell’Oriente e dell’Occidente; la proposta di Nietzsche è per un “individualismo idealistico” (Coomaraswamy, cit., 212, e mi piace perciò pensare: non edonistico, non materialistico ) e si tratta di una proposta molto antica, per come la vede Coomaraswamy. Muove contro valori indegni, fariseismo e snobismo, contro il puritanismo, anche di sinistra, direi, che distingue sacro e profano: egli si sente a casa propria ovunque nel luogo, diciamo, perché nel basso si trova l’alto e viceversa: “restate fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di sovraterrene speranze!” e così nel tempo: “Il divenire deve apparire giustificato in ogni istante … Il presente non dev’essere mai giustificato dal futuro e il passato dal presente” 

b) Cosa è l’oltreuomo di Nietzsche? Una dottrina per il mondo, per un uomo futuro del mondo: dottrina simile a quella cinese dell’ uomo superiore (tao/confucianesimo) o a quelle, in termini indiani, dell’illuminato (Buddha), del vittorioso, dello scopritore del guado, del liberato in questa vita che agisce al di là del bene e del male perché le sue azioni procedono dalla sua natura liberata e non in obbedienza a canoni di bene o di male. Ma cos’è natura liberata? Il punto cruciale è quello dell’individualismo idealistico o spiritualistico: un“sacrosanto egoismo” da coltivare. 

Certo non un egoismo nel senso usuale perché “un orrore è per noi la mente degenerata che dice: “Tutto per me” (215, 219). Non comprendiamo tale specie di egoismo, se siamo desiderosi di affermazione; non comprendiamo, se pensiamo che un comportamento debba essere encomiabile. Non si tratta, sia detto ancora una volta, di regolare la propria vita sugli aspetti esteriori (lunga vita, reputazione, ricchezze, posizione sociale o prole: allora l’uomo non è libero (221). L’uomo in questione “possiede la virtù che dona” (222). Egoismo contrapposto all’egoismo che “con occhio di ladro guarda a tutto quanto luccica; con l’avidità della fame conta i bocconi in bocca a chi ha da mangiare in abbondanza … ” (216: da F. Nietzsche, Umano, troppo umano). 

Cosa allora è tale egoismo? Esiste una passione per la potenza che non è affermazione di sé e un egoismo più generoso dell’altruismo (223). Quella di Nietzsche è una specie della tapas, dell’ardore degli asceti induisti – la regola per cui bisogna imparare ad amare se stessi. Il paragone più efficace che mi giunge è quello dello scultore, che per ottenere la statua non deve aggiungere ma togliere e sbozzare: perché l’unico interesse dell’oltreuomo consiste nel diventare ciò che si è. Ci salviamo per ciò che siamo non per ciò che facciamo. Si tratta di un dovere che non mira alla felicità ma all’opera, ovvero alla forza plasmatrice della vita che opera da artista (219): perché dovere supremo è realizzare se stessi. Chuang Tzu: “Abbi caro e preserva te stesso, e tutto il resto prospererà da sé” (220). Ma Cristo nello stesso senso: “Per prima cosa, togliete la trave dal vostro occhio” (Mt 7.3). Si potrebbe anche dire che l’uomo in pace con se stesso, sebbene non elevato spiritualmente, sia il più amabile. Ma si tratta di vivere “in accordo con la propria natura” ovvero “secondo le cose interiori” (Chuang-Tzu, 221). La vita è creare sé stessi come se fossimo un’opera d’arte. 

c) Anche lasciando e perdendo si può ottenere dunque – quale equilibrio! “Più elevato dell’amore del prossimo è l’amore del remoto e futuro; più elevato dell’amore per gli uomini è l’amore per le cose e i fantasmi” (F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, cit. a p. 219). 

d) qualche riflesso di tale uomo si può vedere nello stato della poesia più elevata, di cui un esempio è questa di Brodskij: verso il mare della dimenticanza 

Non è necessario che tu mi ascolti, non è importante che tu senta le mie parole, 
no, non è importante, ma io ti scrivo lo stesso 
(eppure sapessi com'è strano, per me, scriverti di nuovo, com'è bizzarro rivivere un addio ...). 
Ciao, sono io che entro nel tuo silenzio. 
Che vuoi che sia se non potrai vedere come qui ritorna primavera 
mentre un uccello scuro ricomincia a frequentare questi rami, 
proprio quando il vento riappare tra i lampioni, sotto i quali passavi in solitudine. 
Torna anche il giorno e con lui il silenzio del tuo amore. 

Io sono qui, ancora a passare le ore in quel luogo chiaro che ti vide amare e soffrire... 
Difendo in me il ricordo del tuo volto, così inquietamente vinto; 
so bene quanto questo ti sia indifferente, e non per cattiveria, bensì solo per la tenerezza 
della tua solitudine, per la tua coriacea fermezza, 
per il tuo imbarazzo, per quella tua silenziosa gioventù che non perdona. 

Tutto quello che valichi e rimuovi 
tutto quello che lambisci e poi nascondi, 
tutto quello che è stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo 
di sera, di mattina, d'inverno, d'estate o a primavera 
o sugli spenti prati autunnali - tutto resterà sempre con me. 

Io accolgo il tuo regalo, il tuo mai spedito, leggero regalo, 
un semplice peccato rimosso che permette però alla mia vita di aprirsi in centinaia di varchi 
sull'amicizia che hai voluto concedermi e che ti restituisco 
affinché tu non abbia a perderti. 

Arrivederci, o magari addio. 
Lìbrati, impossèssati del cielo con le ali del silenzio 
oppure conquista, con il vascello dell'oblio, il vasto mare della dimenticanza.

Letto 711 volte Ultima modifica il Lunedì, 05 Giugno 2017 13:39