Gabriele Pulli
Sull’immagine
Liguori editore, Napoli, 2024
(Nota di lettura)
Seguendo il percorso di pensiero dell’autore, come si è fatto per i suoi ultimi lavori, si vede come vi si svolga un serrato dialogo con luoghi noti della tradizione letteraria, artistica e poetica, e filosofica, sul presupposto che nelle arti e nella poesia sia comunque traccia notevole di pensiero e che anzi queste possano tornare utili “anche” nel portare le idee in maggiore evidenza. È il caso di Tiresia, il veggente cieco che vede la verità nascosta, la cui antica figura apre il libro. Qui la domanda sembra porsi sulla “passione per la verità” (12). La relazione della verità con l’immagine, titolo del libro, viene in luce rivisitando il mito di Eco e Narciso nelle ovidiane Metamorfosi: Narciso vede la propria verità quando, specchiandosi nell’acqua, egli ottiene “imaginis umbra” (cit. a p. 14). Tale è la dolorosa verità, è che “Tutti noi siamo immagini” (16), e tale la relazione tra verità e immagine. Dolorosa ma allo stesso tempo gioiosa? E perché, secondo Eraclito, la verità amerebbe nascondersi? (19). Perché, in ipotesi, se viene svelata “si perde” (ivi). Ma, ancora, per quale motivo?
Stando sempre ad Eraclito, le opposizioni apparenti danno sublime armonia finché restano nascoste ma possono trasformarsi in disarmonia se disvelate. Una specie di enigma. La strada che sceglie Pulli per sciogliere il nodo consiste nel vedere l’armonia come “assenza di contraddizione” (25). Se quel che appare contraddittorio (finché nascosto) può non esserlo ma solo apparire tale, ciò “vuol dire che esiste l’àmbito delle contraddizioni apparenti” (ivi). Vari modi di quella che Pulli menziona come opposizione contraddittoria come “Giorno e notte, fame e sazietà, fatica e riposo”(27) non sono in contraddizione tra loro, sebbene possano apparire tali. Verità è invece l’armonia.
Con ciò non si è risposto alla domanda sul perché “qualcosa che non è contraddittorio quando è nascosto si trasformi in qualcosa di contraddittorio quando si manifesta” (33). L’autore ricorre allora al pensiero di Ignacio Matte Blanco: vi “sono” fenomeni e dinamiche, nella psiche, che nell’inconscio non vengono sentiti come disturbanti, mentre lo divengono se portati alla coscienza – all’opposto di quanto sostiene Freud. Secondo Matte Blanco “la coscienza non è ciò che risolve il problema ma ciò che lo causa” mentre “l’inconscio non (è) ciò che causa il problema ma ciò che lo previene” (36). La coscienza non coglie ciò che resta nascosto, cioè quel che nell’inconscio profondo, pur essendo contraddittorio, sussiste normalmente: e così la coscienza è in pace, perché nasconde “qualcosa” “con il suo fraintenderlo come contraddittorio” (38). Se tale contenuto venisse in luce di coscienza, la contraddizione “non potrebbe presentarsi in un modo più dirompente” (ivi). Pertanto “nell’inconscio più profondo (…) c’è qualcosa che riesce a risanare qualsiasi negatività (… e dunque là, n. d. r.) tutto, persino il dolore più intenso, può essere trasformato in gioia” (39).
Se la manifestazione dei contenuti inconsci porta alla disarmonia, forse il cammino inverso dalla coscienza all’inconscio comporta la possibilità della positività in esistenza? E questo è possibile farlo?
Per poter rispondere occorre prima rendersi conto della differenza tra coscienza e inconscio: seguendo lo stesso Freud, coscienza è immagine avvolta da parola, mentre inconscio è “il regno delle pure immagini” (44) per cui tornare all’inconscio implicherà “liberare le immagini dalla presa delle parole” (ivi).
Siamo così al cuore del libro, che consiste nel pensare le immagini.
Lo stesso Freud, in altro scritto, ammette la possibilità “che le immagini accedano alla coscienza da sole, senza connettersi necessartiamente alle parole” (45) Queste restano essenziali perché la coscienza renda le “relazioni” fra le cose o le loro rappresentazioni. Il pensare per sole immagini, sebbene sia un modo approssimativo del divenir cosciente, rappresenta anche l’avvicinarsi “più che mai” “al modo d’essere dell’inconscio” (47). Bene: ma in questo, secondo l’autore, “c’è qualcosa di desiderabile, di intenso, di prezioso?” (49). Secondo Sartre – una cosa, se “balza fuori dal proprio contesto”, “richiama l’infinito”, può accompagnarsi a tutto ciò che è virtualmente intorno, come un alone. E questo è un “fascino” (51) che è dell’immaginario (a differenza che nella percezione, l’immaginario vede gli oggetti in assenza di relazioni) e in particolare è della immagine singola che si trova “in una sorta di povertà essenziale” (52). Ogni oggetto reale – non immaginario – può acquisire tale modo d’essere dell’immaginario. Nel percorso ipotizzato dal manifesto al nascosto, “il reale assume il modo di essere dell’immaginario” (ivi). Di questo già l’autore ha parlato in opere precedenti, come in libro Infinità e vaghezza ma qui il tema viene ripreso). Se il nulla, ciò che più ci angoscia, è nell’immaginario, quel che più ci affascina, andare alle pure immagini può avere un senso di accesso a una forma della catarsi? (53).
Si è parlato solo delle "pure" immagini. Cosa ne è delle parole?
Si può camminare in percorso all’indietro, come si è fatto per le immagini, verso la costituzione delle parole e oltre? La costituzione delle parole, secondo un altro approccio (Bucci, cfr. pp. 75-80) consente anche, oltre alla costituzione del logos, di “dare stabilità al proprio mondo” (78). Se ne intuisce il senso. Indagando l’origine delle parole, Cassirer afferma che, se pensiamo una specie di esperienza originaria, la tensione interna – sentimento, intuizione – in noi provocata dal venirci incontro di alcunché, al culmine della sua intensità, vien trasformata “nel suono della voce” (59), nella parola, nel linguaggio con i suoi concetti logico-discorsivi (61) ovvero relazioni, – oppure nel mito. L’intensità di origine viene smarrita in proporzione inversa all’efficacia delle relazioni nel logos ma viene ritrovata nel linguaggio dell’arte. Si dà il caso che siano le parole, nel percorso inverso a quello dell’origine, a tornare alle immagini per ottenere di quelle “l’incanto” (63). Le parole possono dunque “inabissarsi (…) in se stesse” (66) e, in tale cammino, reciso il vincolo ai significati, possono ritrovarsi “come puro suono” (ivi) e il suono è suscettibile di “trasporsi in immagine” (67) rispetto alla quale, siccome l’oggetto è vuoto di significato, verrà provata “emozione senza oggetto” (ivi).
E come chiamarla, tale emozione? Pulli risponde: “qualcosa di indefinito” (69). Non certo mera astrazione, bensì riferimento al “puro sentire” che è “primo sentire senza vedere” (ivi) nel “corpo della madre, e nelle prime fasi della vita successiva” (70). “Il primo oggetto dell’immaginazione (potrebbe essere…) alcunché di indefinito” (ivi). Torna così Eraclito: “l’intima natura delle cose ama nascondersi e si disperde con il suo stesso disvelarsi” (71). E potrebb’essere questa l’origine della volontà di sapere e di portare in luce quel che è nascosto, in questo caso secondo la direzione parole-immagini.
La parte finale del saggio, una delle più suggestive, sempre riferita ad Eraclito, indaga sul senso della irripetibilità e della ripetibilità (84) delle immagini, dell’esperienza e del tempo (che il sapiente di Efeso sembra suggerire)”, per sostenere che entrambe possano giovare insieme alla “vivibilità della vita pienamente compiuta” (85) dal momento che tanto la nozione della unicità dell’evento quanto la speranza della sua permanenza contribuiscono ad una migliore percezione dell’esistere.
La conclusione, tornando sulla volontà di sapere da cui partiva l’indagine, apre sul rapporto tra la verità che sembra acquisita, le nuove prospettive da indagare, su mistero e nascosto.
