17 Aprile

Note sul motivo della caducità nei "Canti" di Leopardi

Note sul motivo della caducità nei "Canti [1]  di Leopardi

                                                                                                     “e mi sovvien l’eterno,

                                                                                                       e le morte  stagioni, e la presente

                                                                                                       e viva”

                                                                                                                                        L’infinito, vv. 11-13

 

 Ringrazio gli amici che, coinvolgendomi nelle loro iniziative o seguendomi, mi danno occasione di conoscenza.

Rifacendo in Imitazione una favola di Arnault, con qualche variante, Leopardi traccia il viaggio della foglia, interrogandola: separata dal faggio (come l’uomo viene separato dalla madre, o infine dal nulla, perché esista) , la foglia segue il vento (come l’uomo segue il destino, o la sorte); il vento, dice la foglia, che “Dal bosco alla campagna,/Dalla valle mi porta alla montagna” (vv. 6-7). Alla domanda iniziale – “Dove vai tu?” la foglia risponde: “Vo pellegrina, … /dove ogni altra cosa” (vv. 9-10). La foglia è così il simbolo della caducità, motivo ricorrente nei "Canti" e nel pensiero di Leopardi.

Spesso, e anche qui nei "Canti", insieme a quello della mancanza assoluta di senso dell’esistenza.

Come tutte le cose, la foglia va senza sapere: “e tutto l’altro ignoro”. Come la foglia, l’umano genere va inconsapevolmente, mosso da scellerato ardimento (Inno ai Patriarchi v. 111), benché la verità gli stia davanti agli occhi, o anche, in altro senso, sia celata (“arcano è tutto/Fuor che il nostro dolor”: Ultimo canto di Saffo, vv. 46-7). Ovvero, quel ch’è peggio, il genere umano crede di sapere: un falso sapere, ovviamente – e peraltro, di fronte alla nuda verità, chi reggerebbe?

Sembra di risentire nel grande poeta, spirito certamente religioso, ma non proprio nel senso indicato dalla Chiesa di Roma, l’eco dell’esistenzialismo cristiano, dai grandi pensatori medioevali, in specie i francescani, che rappresentarono la sorte dell’ homo viator, cioè viandante e quindi pellegrino, pervenendo al pensiero di Kierkegaard e Gabriel Marcel; o anche al tema cruciale dell’indagine del “primo” Heidegger, il cui pensiero peraltro si alimentò sempre al clima religioso della famiglia d’origine e agli studi di teologia. Heidegger, com’è noto, in Essere e tempo definisce il senso autentico dell’esistere dell’uomo nell’essere-per-la-morte.

Si potrebbe rilevare che, comunque, nei miti delle diverse culture, è già presente la rappresentazione del ciclo, per cui l’eroe, come il sole, nasce, descrive il suo arco e tramonta; ma, perché l'analogia sia compiuta, l’eroe solare anche risorge. O si potrebbe menzionare il motivo della speranza cristiana, come nella figura pasquale della resurrezione dalla morte, e quindi nel credo, a sua volta simbolo, o simbolo niceno. Senonché, a differenza di quei contesti, per Leopardi forse ancor meno che per Heidegger si può pensare a un ambito di fede vero e proprio. In lui la parabola della fragilità umana, comunque si descriva l’uomo, deve alla fine ritenersi compiuta, una volta per tutte.

Prima di proseguire, e per non fuorviare, dati i riferimenti qui portati al pensiero religioso della caducità, giova (e lo ricorderò) precisare che Leopardi non solo non disprezza veramente il mondo, come (forse, ho qualche dubbio) Innocenzo III, ma lo ama, come amò le donne; ma, per quel che sappiamo, non ebbe speranza d'essere riamato; e così l'amore per il mondo e la vita sono disperati, perché Leopardi vede lucidamente - e lo dice in quel suo modo: la natura, come vita, è il luogo delle promesse non mantenute. Forse una delle sue grandezze sta nell'aver sempre chiare le cose (forse cercò consolazioni, ma non ne trovò, se non minime; non ebbe né volle i riferimenti teologici che stavano nell'universo di Dante, Leopardi è moderno, molto vicino al nostro modo di sentire), mentre un'altra -  se bisogna proprio dirlo - consiste nella forza dell'emozione trasposta nella irraggiungibile forma poetica che sappiamo. Leggere Leopardi è fare un'esperienza che cambia sempre. La sua sorte è quella di tutti, sebbene per qualche aspetto anche l'uomo più comune possa ritenersi più fortunato di lui, e peraltro nemmeno l'uomo comune di minimo buon senso può fare a meno di riconoscerne la grandezza, e ammirarlo.

Come si manifesta l’argomento-simbolo della caducità, nei Canti di Leopardi? Offro solo, nella brevità del presente scritto, qualche cenno.

Direi: in una serie di modi e figure ma principalmente nella tragica vicinanza tra la gloria della natura, o, anche, amore e bellezza giovanile – e, d’altro canto, malattia, vecchiaia e morte. Da questa visione deriva il dolore dell’uomo Leopardi e il dolore degli uomini. Mi pare che sia davvero importante, in tal senso, l’ Ultimo canto di Saffo, in cui si presentano al consueto, indimenticabile modo, l’infinita beltà, la fuggitiva bellezza della gioventù e del vivente: ma è centrale il dolore, se si conclude che “nascemmo al pianto” (v. 48) e infine sappiamo che “morremo” (v. 55). Così ovunque. Ne Il passero solitario addirittura si presenta il presagio di futuro rimpianto, ove sia data la vecchiaia, per il tempo senza rimedio perduto (vv. 53-59); o nella Sera del dì di festa , dove trovo l’eco del tema biblico, poi agostiniano e medioevale degli “ubi sunt…” e del disprezzo del mondo (che Leopardi in realtà, ripeto, ama senza speranza) nel reiterarsi dell'espressione “Or dov’è…?” (vv. 33-37); in Le ricordanze leggo tra l’altro “e intanto vola/Il caro tempo giovanil” (vv. 43-44); nel tramonto della luna, come la luce della luna, “tal si dilegua… la giovinezza” (vv. 20-22); nel sabato del villaggio è forte l’analogia tra la vera festa, che è la vigilia, l’attesa della festa, di sabato; quindi l’estrema giovinezza, che è attesa della pienezza; e la festa vera e propria, giorno di tristezza e noia (se leggo bene: v. 40)  e veloce passaggio del momento maturo della vita.

Tanto più aspro il dolore, al cuore della grande poesia leopardiana, e toccante la sua descrizione, nel vedere come possano congiungersi la bellezza femminile e la morte: invero ne abbiamo già diverso esempio nei grandi del nostro Trecento, ma qui il tema ricorre in guise del tutto leopardiane: negli accenti struggenti (in particolare ai vv. 10 sgg.) de Il sogno, come anche in A Silvia; come risulta effimera, la bellezza femminile, che invece ispira amore e può sembrare tutto! Quindi troviamo, per dire che la distruzione della bellezza avviene di continuo, sempre, i versi pensati sulle tombe di donne morte giovani: Sopra un bassorilievo antico sepolcrale; Sopra il ritratto di una bella donna

Ma il tema della caducità, insieme a quello della vanità del mondo, anche torna nelle illusioni dell’umanità, come del secolo liberale o illuminista/positivista “superbo e sciocco” (La ginestra, v. 48): nei versi Al conte Carlo Pepoli;   nella Palinodia al marchese Gino Capponi , un vero piccolo saggio in versi, con le ironie di Leopardi sul liberalismo e sul progresso, dove si svolgono i temi delle illusioni della politica e della stolta avidità degli uomini; e del dominio del profitto sugli ideali, mentre la natura, come il fanciullo eracliteo, fa e disfa a capriccio.  

In un culmine di consapevolezza, ne La ginestra o il fiore del deserto, la figura dominante, insieme al fiore gentile, la delicata e generosa ginestra, sta lo sterminator Vesuvio, in quegli anni davanti agli occhi del poeta – simbolo di quella natura matrigna (v. 125) e indifferente che nemmeno vede rovinare regni, genti e linguaggi (vv. 39-41) – e intanto l’uomo, piuttosto che stringersi all’uomo, come pure a volte fece (sembra di leggere alcune pagine di Giambattista Vico) “in social catena” (v. 149), si arroga l’eternità e “Le magnifiche sorti e progressive” (v. 51).

Da un lato la natura che è totalmente noncurante dell’uomo, quindi il suo soccombere e l’infinita piccolezza d'un  “granel di sabbia” (v. 191), dall’altro l’appello alla umana solidarietà.

Se per la collettività è rimedio provvisorio, ai mali del tempo, la solidarietà, comunque essa si manifesti; come si può pensare per il singolo il rimedio, se questo è il durare nel tempo? La fama, forse.  Così per i poeti come per gli eroi, la fama può durare? L’oraziano non omnis moriar è presente ma qui in Leopardi non sembra tanto che avvenga in virtù della poesia – o almeno ciò non mi sembra in primo piano  – , perché è piuttosto la poesia della virtù che prospetta l’uscita, quindi la virtù stessa, intesa in senso patrio, come coraggio, valor patriottico. Come per l’individuo ignavia e viltà sono il vizio capitale, così per i popoli.

E qual è difatti il rischio estremo, per un popolo? È che “la gloria non vedo” (All’Italia , v. 4). Un popolo può soccombere fino a scomparire quando perde la virtù, mostrata dalla storia. Il rischio è di perire in eterno, per l’Italia, e sul tema Leopardi elegge a suo interlocutore il nostro Sommo Poeta (Sopra il monumento di Dante , vv. 21 sgg., 137 sgg., 180 sgg.), dimostrando un senso della storia che mi sembra molto vicino al concetto di storia monumentale , come viene definito da Nietzsche in Sull’utilità e il danno della storia per la vita: se queste gesta furono possibili una volta, ne coltiviamo la memoria, esortando che siano possibili anche oggi o in futuro. Anche qui gli esempi abbondano: Ad Angelo Mai, Nelle nozze della sorella Paolina, A un vincitore nel pallone, e soprattutto nel Bruto minore, dove il poeta raffigura Bruto, uccisore di Giulio Cesare, come esempio di amore per la libertà, e forse della patria così intesa, terra di libertà.

Non v'è tuttavia dubbio che la sorte dell’individuo, l’irripetibile haecceitas di quest’uomo in carne e ossa, sia segnata. A un cultore – tra l’altro – delle lingue classiche, come fu Leopardi, non può sfuggire che il senso della caducità dell’uomo era avvertito in modo acuto nell’antichità. Tal senso ha forse la scelta delle due traduzioni dal greco Simonide, presenti nei Canti, a chiusura (Dal greco di Simonide; Dello stesso): confermare che, se i millenni passano, la stessa sensibilità può ritrovarsi ovunque: “La giovanezza come ha ratte l’ale,/E siccome alla culla/Poco il rogo è lontano…” (Dello stesso, vv. 17-19).

Tutte le cose tornano là donde sono venute, come nel grande frammento di Anassimandro, secondo l’ordine del tempo: nella descrizione della rovina dell’apparente ravviso anche grande vicinanza della mente di Leopardi al modo di sentire buddhista sull’impermanenza. Solo che, per Leopardi, l’apparire di quel che appare sembra l’unica realtà.

La grande filosofia si congiunge a volte, nei primi pensatori, con la grande poesia. Diversamente, oggi noi diciamo che la filosofia affronta la sfida dell’astrazione nel modo più diretto e pertinente, ed è il caso di Heidegger. Ma la grande poesia riesce a rendere quel mondo dei colori, delle sensazioni fuggitive e irripetibili nella loro singolarità, in un modo che le astrazioni della filosofia non raggiungono, se sono astrazioni.

Mi sembra che la potenza della poesia consista proprio nella sua parola, evocazione dell’universale nell’immagine singolare, simbolica al grado più efficace che si possa raggiungere.

È appunto il discorso della haecceitas: il mondo fuggevole e irrecuperabile delle qualità, dell’una volta e mai più, viene reso dal grande poeta, ma portato alla maniera delle immagini, anche povere e umili, e il lettore comunque vi riconosce anche l’universale; mentre il filosofo descrive quello stesso mondo nei termini dell’universale, quindi a partire dal concetto astratto – dal filosofo, lo stesso accadere in esistenza viene presentato, certamente si tratta anche di questo ma, dice Heidegger, nella dimensione dell’innanzitutto e per lo più.

Basti solo il pensare di confrontare le celebri descrizioni dell’analitica esistenziale, in Essere e tempo di Heidegger, con quelle della bellezza femminile o della natura e della vicissitudine nei Canti di Leopardi, o, nelle Rime dantesche, con i versi sul sorriso dell’amata, dei suoi effetti sulla gente, e sul grave smarrimento del poeta nell'apprendere la morte di lei. Attraverso i secoli, essi ci pervengono in tutta la loro potenza e ci colpiscono. Pensarlo basterà, per chi minimamente conosce i testi: in entrambi i casi, filosofia e poesia, si parla di caducità – ma le differenze possono essere molto evidenti. Peraltro, il constatare la diversità, oggi, tra linguaggi della filosofia e della poesia non significa che tale diversità sia necessaria: non è che una possibilità.

 

[1] G. Leopardi, Canti, BUR, Milano 1985(5)

L'immagine della luna è di Sofia Di Legge.

 

Letto 360 volte Ultima modifica il Martedì, 21 Aprile 2020 10:57