11 Giugno

Corpo, immagine ed emozione nella creazione del mondo. Recensione a: Rubina Giorgi, Jakob Böhme. Il corpo in Dio e nell’uomo. La finestra editrice, 2017 In evidenza

Corpo, immagine ed emozione nella creazione del mondo.

Recensione a: Rubina Giorgi, Jakob Böhme. Il corpo in Dio e nell’uomo.

La finestra editrice, 2017

                                                       “In grado di parlare al lettore d’oggi” (sono le) dottrine

                                                       böhmiane dell’immagine e dell’immaginare, nonché della

                                                       corporeità e del corpo” (R. Giorgi, op. cit, p.102)

"Qui Spinoza … sta dicendo che l’idea di un oggetto non può manifestarsi in una data mente in assenza del corpo … Niente corpo, niente mente"

                                                                                   (A. Damasio, Alla ricerca di Spinoza, 255)

Dopo essersi interessata a lungo, anche nell’insegnamento universitario, al pensiero del mistico e filosofo del Seicento Jakob Böhme – si veda Alla ricerca delle nascite, ed. La Nuova Foglio, Pollenza (Mc), Rubina Giorgi è tornata, negli ultimi anni, a quella molteplice grande impervietà, per disegnarvi, pur avendo presente la più aggiornata ricerca storiografica, proprie interpretazioni, inusitati passaggi.

Intanto occorre constatare la scarsa presenza di lavori su Böhme in Italia rispetto agli altri paesi europei, nei quali le edizioni delle opere e la bibliografia sul teosofo tedesco sono prosperate a partire dal Seicento e dalle correnti mistico-pietiste del Settecento, all’epoca romantica ottocentesca e fino alle edizioni del Novecento.

Il pensiero di Böhme appare intriso di un’esigenza traducibile in politica, che i suoi contemporanei inglesi, coinvolti in quel disegno per molti aspetti affine, seppero intendere come a favore del liberalismo se non della democrazia, riservando dunque a quell'aspetto, più ancora che alla sua mistica e teosofia, favorevole accoglienza. Questo è detto con chiarezza nel saggio di Rubina Giorgi, allorché vi si spiega la fortuna o l’importanza di Böhme “fino alla metà del Novecento”, (p. 34) precisando, appunto, il tema della libertà che attrasse i posteri e che ricorda la grande figura di Giordano Bruno; e si comprende allora la congettura che ci viene proposta, circa una diversa nostra sorte, che noi avremmo conosciuto, qualora “l’attitudine teosofico-iniziatica dello sparso böhmismo europeo, insieme ad altri filoni iniziatici della Qabbalah cristiana e della mistica islamica presenti in Europa, si fossero consolidati”.(p. 34)

A prescindere dalle interpretazioni politiche del pensiero di Böhme, e più in generale, in che modo si può vedere nella rappresentazione böhmiana del mondo una discussione problematica che investe anche noi lettori del nostro tempo? Come si risponde alla domanda su “come Böhme ci abbia, in qualche senso, anticipati” (p. 10) e com’è possibile che anche un lettore attuale possa riconoscere in quel pensiero qualcosa di “persino bruciante per il suo oggi”? (p. 10)

Questa è la domanda che pone il libro; per rispondere è necessario conoscere almeno qualche riferimento di pensiero dell'autore tedesco.

 

Come viene descritto, nel pensiero di Böhme, il passaggio dal nulla all’essere? Ed è poi possibile tradurre quel pensiero nelle linee della conoscenza odierna, che ancora domanda su come sia possibile per noi un mondo?

Il mondo dei molti e delle differenze, che  la domanda sul come il mondo possa essere implica, trova qui in Böhme il presupposto nel fatto che il nulla desideri conoscere se stesso, e così pone in atto una strategia a tal fine: è l’improbabile presupposto, di certo inusuale per il lettore che non sappia di filosofia e teologia, per cui “con suprema contraddizione” (p. 38) “l’Ungrund“, il “senza fondamento e se vogliamo l’impensabile niente o, col suo vero nome (che tuttavia vira concettualmente, rispetto al “senza fondamento”, e sarà quindi adesso “der Wille”, “è movimento che vuole e desidera”, e desidera “Contemplarsi e manifestarsi”:(p. 38) la creazione è dunque specchio aperto all’occhio (dell'infondato nulla, l'Ungrund) che desidera.

Resta aperta la domanda sull’appartenenza “di” quell’occhio. Come può l'infondato nulla essere anche Wille, e dunque volontà desiderante, e farsi occhio che "si" vede?

La brama (Wille) produce “per un verso Dio” e peraltro “il vedere, che è l’immaginazione” e “l’intera architettura böhmiana” (è) un frutto non della ragione” ma “dell’intelletto intuitivo… ossia dell’immaginazione.”(p. 42)

Sembra, questo, il cuore dell’interpretazione del libro: Rubina Giorgi nota puntualmente che si tratta di un momento importante per la storia del nostro modo di pensare. La strada per un modo di immaginare la fondazione dell’essere e dell’esistere stesso per noi si trova qui, è tracciata, e “da Böhme in poi, e fino a noi, ciò che il senso comune chiama ‘realtà’ sarà legato con insistenti fili sotterranei, per lo scienziato e il filosofo, e in primis forse per il poeta, all’immagine e all’immaginazione”.(p. 42)

Per Böhme non v’è difatti realtà senza immagine. Dovrei anche aggiungere: conformemente, anche per noi: dunque questo nostro modo d'ìintendere è dovuto a lui, agli effetti del suo pensiero?

Pertanto le immagini devono, in qualche modo, essere alle radici stesse della creazione, e, come le idee platoniche sembrano preesistere a quella, così le immagini sono prima e insieme al creato, che non sarebbe concepibile senza di quelle, e quindi “tutte le cose sono venute all’esistenza attraverso l’immaginazione divina”. (p. 45)

Sembra appena dover aggiungere che oggi, attraverso Platone e poi Giambattista Vico, il tema della importanza decisiva delle immagini perché noi abbiamo un mondo giunge nell’attualità attraverso opere ambiziose, attraverso tanti, tra cui il quasi dimenticato Melandri, e della più diversa matrice filosofica, come p. e. Superfici ed essenze (…) di Hofstädter e Sander.

Ma altrettanto importante che il motivo delle immagini, in Böhme, è quello del corpo, è detto in epigrafe, e i due stanno insieme. Come viene pensato il concetto del corpo? Lo si può mediare attraverso i temi delle incessanti nascite e delle Qualità.

Alla base della kinesis, del pulsare “incessante ed eterno”, (p. 45) sta la visione per cui “ciò che vive … è in permanenza nascita e nascere”: (p. 46) quindi insieme al movimento della forza scatenata (Kraft), per cui “l’affermazione della vita non riesce senza lotta”, affinché visione vi sia, deve darsi un arresto, altrimenti non si vedrebbe alcunché; arresto sia pur parziale, funzionale alla creazione, quindi al nascere del qualcosa che appare in vece dell’informe nulla.(p. 61) In conseguenza delle qualità di cui diffusamente si parla, soprattutto nel c. IV di questo lavoro di Rubina Giorgi, le immagini sono la condizione per l’esistenza delle cose. Ab origine, le Qualità sono le stesse Forme. (cfr. p. 54) Si tratta di intendere sotto questo aspetto il tema della natura o tema “delle forme o natura naturans divina”. (p. 46)

Non solo immagine e cosa ma anche immagine, parola e cosa, sono insieme. Intendere questo sembra decisivo.

Ciò può essere in quanto in Dio la parola e la cosa sono unite nell’atto creativo, sicché in Dio pensare parola e creare sono tutt’uno: e il pensare è inoltre, anche in Dio, intuitivamente o per immagini, ma il punto è che  immagini-parola in Dio danno corpo. Difatti la natura verbante divina è ipso facto natura creante divina: e peraltro “Senza corpo, (il che è anche dire, dal momento che un corpo ha sempre forma) senza le forme o Gestalten, Dio non genera la natura” (p. 47) e “il Wesen aller Wesen (essenza di tutte le essenze) in Böhme complessivamente significa Dio e anche la Corporeità”. (p. 51)

Non sono immagini-parola senza corpo, né può darsi corpo che non sia verbato e perciò immaginato.

Un creare verbante, dunque, o una creazione nel verbo, qualcosa di simile all’apertura del quarto Vangelo; ma, insieme, senza che si possa scindere, ecco comparire l’altro motivo, a fianco dell’immagine, quello del corpo e della corporeità, perché i due sono unum atque idem, lo stesso. Quella di Böhme, l’autrice ribadisce, è insieme “fisica e metafisica” ovvero complessa onto-cosmologia. (p. 61) Un corpo per esser tale ha sempre forma o immagine suscettibile di resa in parola e in questo senso si direbbe che “ogni cosa ha una sua bocca per la propria rivelazione”. (51)

Così il tema delle immagini comporta quello della creazione. Si direbbe che Jakob Böhme e Antonio Damasio, il filosofo mistico di quattro secoli fa e il neuroscienziato contemporaneo, ponendosi in modo problematico il problema dell’essere delle cose, abbiano incontrato, in modo e prospettiva così diversa, il medesimo tema dell’immagine, anch’essa problema, anzi problema dei problemi.

E le qualità? Insieme al tema delle immagini, si presente quello delle qualità delle immagini. Cosa s'intende? Damasio e i neuroscienziati direbbero: il problema dei qualia. Ma con ciò stiamo parlando delle neuroscienze contemporanee.

Anche Damasio come Böhme, trattando il tema dell’immagine e della sua importanza, s’imbatte nel problema dei qualia, che sono le qualità delle cose, i colori o sentimenti che le accompagnano all’atto in cui esse si danno all’anima, o mente, o coscienza. Queste restano un enigma per Damasio: come sono possibili i qualia?

Il problema delle qualità nel pensiero di Böhme addirittura diviene, di nuovo, il problema della creazione delle cose, dell’universo.

 

Con ciò avrei già trovato, seguendo il filo del libro di Rubina Giorgi, i motivi dell’attualità di Böhme: il tema delle immagini come fulcro della conoscenza e il motivo del loro apparire sempre congiunte a una qualità. Cioè a un sentimento, più o meno significativo.

Come è evidente, gli elementi presenti nel titolo non sono per nulla dati acquisiti ma immagine, corpo, dio e uomo vanno assunti in modo problematico.

Di più – credo che tutto ciò non possa andare separato dal concetto böhmiano della signatura. Che senso ha, nel contesto del mondo, la consistenza vivente delle creature? Ha questo senso, di nuovo: di Parola o immagine divina: Böhme riporta tutto ciò che si vede, si muove, o quella stessa necessità che l’uomo avverte “di essere esposto alla luce dello spirito” (p. 73) che è poi una forza di "creazione seconda" (essendo la "creazione prima" quella divina) nell’uomo, al Fiat, all’originario proferire Parola, come soffio, alito di Spirito divino. Tutto ciò che diciamo essere in atto è “segnatura … del movimento dell’origine”. (p. 80)

Segnatura è comunque processo, movimento: essa è

"designazione delle cose, o figura esterna delle cose, attraverso la quale si manifesta la loro vita interna. … Un percorso che passa dal segno, o significante, delle cose alla loro forma visiva (Gestalt), tuttavia procedente verso l’interno, che dunque, per essenza, s’innesta nella sostanza del corpo, trovando (ritrovando) infine approdo nella Wesenheit, settima delle Gestalten o forme: la corporeità". (pp. 80-1)

Signatura: esterno è figura dell’interno. Ma non così rigidamente.

Anche parola è corpo, corporeità che esprime e media l’interno verso l’esterno, e l’interno, come il primigenio Nulla, deve venire espresso all’esterno, perché “Tutto l’esterno mondo visibile … è una denotazione … o figura … dell’interno mondo spirituale”; (p. 82) di qui all’ istanza del circolo, così presente in alcuni motivi del pensiero, non v’è differenza: “si dovrà ritenere che la traiettoria fra interno ed esterno sia non solo continua ma anche circolare”. (p. 83)

Forse a questo punto s’intende meglio in che senso l’essenza dell’anima s’indossi come corpo, e il concetto della segnatura avrà carattere ambivalente, fisico e spirituale, insieme; essa è “disvelamento dello spirito nascosto nella carne”. (p. 87) Di più, forse la biologia è fondata in Dio stesso (cfr. 88) e parlare del nostro corpo è parlare del corpo di Dio in natura, senza che perciò possa parlarsi di panteismo. (cfr. p. 89)

Alla luce degli ultimi studi dell’autrice, alla convergenza tra filosofia e mistica, biologia e neuroscienze, convocando Böhme anche perché egli stesso in termini simili vi perviene, è conseguente che si chiami in causa il cervello. La visione che muove il libro è che l’ammirazione di Jakob Böhme per le straordinarie qualità o forme o essenze teocosmiche è da ritenersi, sebbene in gran parte inconsapevole, come diretta alle meraviglie del corpo e specificamente del cervello. E qui, anche in riferimento alla ricerche sul corpo umano nella scienza seicentesca, avviene l’innesto dell’importanza delle immagini, e quindi dell’immaginazione, nella nostra modernità.

Qualcosa che maggiormente, nell’ambito della corporeità, richiama il divino universo e la sua vicenda incessante, è appunto questo movimento vivente e mirabilmente complesso del corpo, e del cervello, non solo legato al divino, ho detto, in quanto corpo, ma anche, poiché Dio nasce e di continuo mutando rinasce: il moto vitale è analogo di Dio nell’uomo e nel mondo in quanto creativo/creatore di se stesso e perciò nella modalità del continuo metamorfosare (cfr. pp. 90, 93); per tale motivo, la scienza ne deve rincorrere la natura, perché esso è l’esempio del perenne moto dell’universo (cfr. 94-6):

… tutte le forze vanno dalla testa e dal cervello nel corpo e nelle vene sorgive … della carne… nella testa o nel cervello dell’uomo tutte le forze sono miti e piene di gioia… tutte le forze vanno dal cervello nel corpo e in tutto l’uomo (Aurora, cit. a 90-1)

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