18 Ottobre

La trascendenza terrena. Per la poesia di Liliana Arena

 "Ho scelto. Me stessa.
Pagherò al mondo una diversità".

(La casa di Asterione in Monologhi di vetro)

"È proprio qui, da questo mio cibo
che comincerò la rivoluzione."

(Il filo spezzato in Monologhi di vetro )

Della poesia di Liliana Arena, finora in tre opere (L'oceano del mio io, 2008; La luna oltre la grata, 2010; Monologhi di vetro, 2013) mi hanno colpito le soluzioni in tema e metafora (dopo l'analogia tra l'oceano e l'io, quella tra la luna e la grata, e quindi l'evidente la luna oltre la grata; quindi, in Monologhi, prendono corpo il tema dell'analogia la vite-la vita; quello del cibo ...) che segnano, com'è stato scritto, il passaggio da una ricerca in esistenza monologante e introspettiva a una ricerca dialogante e colloquiante, trovando naturali parentele e identificazioni con il femminile sottomesso e perseguitato nel mondo e con l'umanità intera, messa in gioco, come oggi sembra evidente. E, in quest'ambito, le soluzioni linguistiche, nel primo testo, si presentano con versi spesso fondati anche sul ritmo, sugli accenti, sull' evidenza dell' "orecchio" classico; negli ultimi, perlopiù in verso sciolto, alcuni pochi versi rigidamente strutturati, altri più liberi, ma sempre intorno al tema, o rispondenti al tema scelto.

Ma più ancora mi ha intrigato la traversata umana che si legge sotto e dentro le soluzioni tecniche in verso e immagine – con stretta aderenza nel verso libero, ovviamente.

La si legge nel pathos che attraversa le linee, e che in genere, con qualche apertura di speranza (o illusione?), è rabbia, composta o meno, che qualche volta sfocia nell'invettiva:

"L'indocile vulcano contrae le sue viscere
si prepara ad un parto di magma e di lava
(...) ci pensi l'afflato un vagito di zolfo
a render silente il respiro malvagio
di chi questa terra ha messo in ginocchio".

(Il più piccolo uomo in Monologhi di vetro)

Fin dal titolo La luna oltre la grata si legge di un condizionamento, ma anche di una possibilità visionaria, che spinge l'autrice ad oltre-passarlo. La parola certamente sorprende l'incustodito – è la poesia, benché custode a sua volta dell'essere – ma non solo viene deviata come a causa di stupro, essa anche illumina ciò che si rivela, ed era in attesa, direi (La luna, p. 13). Leggo, e se è così concordo, che libertà è creatività, o diversamente diviene soppressione dell'innocenza e della paternità/maternità dei frutti: come uccidere un figlio (p. 19). La protesta di versi taglienti per quei veri stupri, che consistono, oltre quelli che purtroppo dobbiamo intendere alla lettera, in negazione della creatività, si legge anche nello smascheramento dell'equivoco, per cui non si tratta di amore ma di imbroglio (pp. 22-3), nel timore di soffocare (p. 26), nella nostra riduzione di noi stessi a feretri di carne (p. 35). La metafora della prigione comincia a formarsi come assillo del consumo e dei falsi affanni (p. 36) ad uscire dall'io, oltre la grata, verso quella luna che sarebbe anche l'esser donna, luna frenata al suolo dai paradossi dell'esser donna nelle nostre società (p. 53).

Nel terzo e ultimo Monologhi di vetro è il più deciso prender corpo della poesia fisica (Intr., p. 5) in cui si esprime la voce, in molta rabbia e un po' di speranza, dicevo: perché impegno c'è stato, riflessione su di sé (come nell' Oceano del mio io) e c'è, ma "certe cose rimangono rotte al di là dell'impegno" (Monologhi, p. 5). O la formulazione si potrebbe capovolgere per donne e uomini di buona volontà, e direi meglio, che "anche se certe cose restano compromesse, l'impegno ci sarà sempre".

Le due grandi immagini che presiedono alle due parti del libro sono fisiche (la vite, il cibo) ovvero pertinenti alla physis intesa come natura madre e ciclo biologico, e la bella metafora che le include entrambe è quella del lascito della poesia, che in vitro – oscillante, sperduta bottiglia che forse perviene a destinatari sconosciuti e imprevisti – solca galleggiando l'abisso (p. 11).

Ora, la similitudine vite-vita sembra dire che, come la vite rappresenta anche la cura e la dedizione, così anche la vita; tuttavia sembra di leggere che, quando la cura è a partire dal negativo (p. 12) o anche dall' inverno della vite (p. 15; ma anche pp. 13 (tras-curatezza), 14, 16, 21, 24, 25, 26 ...), allora può essere già compromessa in partenza la possibilità del successo; ma senza che venga meno il richiamo ad amar-si (pp. 19; 20). La presenza del negativo viene tras-figurata attraverso il sapiente richiamo al vino, il Lacrima Christi (p. 31), e la catena semantica vino-dolore-amore-redenzione. La speranza si affaccia timidamente nello stesso male di vivere (pp. 33 e 34). Ma la scoperta, e il passaggio alla seconda parte del libro, consiste nella visione del ruscello della propria vita che confluisce nell'alveo e nel mare del disagio del mondo. Riappare, prima che faccia buio, la possibilità (p. 39), che prende consistenza individuando come bersaglio il consumismo e come comportamento privilegiati l'attenzione e la cura del cibo (pp. 41, 42). Il tema del disagio dunque si precisa non solo attraverso l'identità dei bisogni falsi e assurdi, ma anche, poi, assume il volto e il nome delle donne uccise nei paesi d'integralismo musulmano e in ogni luogo del mondo (pp. 53, 54).

Credo la ricerca della voce poetica di Liliana Arena, che appartiene a ognuno di noi, sia ancora in forte divenire, sebbene già abbia riscosso consensi.

Ritengo che l' autrice s'impegni per una battaglia che va combattuta nell'arco dell'esistenza, e che qui, dove nasce il disagio e dove è forse possibile una dimensione di speranza, può trovare un buon esito di benessere terreno. L'oltre-passamento del disagio, da parte dell'autrice, appare dunque molto legato alla dimensione dell'orizzontale: pur sempre si tratta di una specie della trascendenza, che resta legata rigorosamente alla terra, senza consentirsi – si direbbe, per programma, con evidente, studiato rigore – altri cieli che questo, il cielo delle piogge e del sole, delle nubi e delle stelle, bello o terribile cielo ma senza dèi, i cui mutamenti consentono l'avvicendamento delle stagioni e la vita. Bella, ancora, ed eloquente, l'immagine del viaggio su questa strada che mi appartiene ma in cui non mi riconosco, cammino come continuo oltrepassamento, con il bagaglio dei ricordi e un futuro esile ma possibile:

"Esule
e profuga tra tante, inviolate, solitudini
destinata a viaggiare con bagagli pesanti
porto con me abiti sgualciti (...)
e un libro non compiuto (...) e una coperta.
Una vecchia spazzola, con carezze aggrovigliate
perdute tra capelli di fanciulla
e un biglietto di sola andata, non del tutto speso.
Un grido, indignitoso, di mortale (...)
e pietre, tante pietre
da scagliare contro le ingiustizie (...)
Tra le mani la speranza, o forse, l'illusione
di vedere crescere il grano
e di tracciare strade col mio nome."

(Porto con me in Monologhi di vetro)

Letto 1504 volte Ultima modifica il Domenica, 04 Giugno 2017 17:37