06 Gennaio

Il mondo diminuito, la protesta e la medicina: il pop surrealismo di Valentina Zummo

L’arte di Valentina Zummo viene inclusa da Rossana Calbi, curatrice della sua mostra allo Studioventuno di Elena Di Legge e Francesco Petrosino a Salerno, nel pop surrealismo “al femminile” italiano e romano (in: www.myspace.com/valentinazummo).

Per quel che so del pop surrealismo, e dopo aver parlato con Valentina, mi sembra che la definizione sia del tutto adeguata, per quanto una definizione possa esserlo: tuttavia, siccome la stessa Valentina invita a diffidare delle definizioni non meno di quanto ce ne si debba fidare, e sapendo che la cornice, comunque, non può sostituirsi al quadro, a meno che non lo si decida, naturalmente, riporto qui un resoconto della mia conversazione con l’artista romana, avvenuta in occasione della sua presenza a Salerno allo studio ventuno.

Mi ha colpito la gradevole presenza di Valentina, che ispira calma, discrezione e il giusto tono, ma, anche, da osservata e ascoltata, si fa in ogni momento osservante e ascoltante: è attenta agli altri, tende a esprimersi come un’artista sa fare, ma non pensa affatto di essere il centro del mondo.

Mi è pure sembrata notevole la varietà della sua produzione – erano presenti in studio non solo i dipinti, ma anche spille e collane, le magliette e i vestiti, anche con qualcosa (ma poco) portato da precedenti mostre. Tuttavia la sua produzione era per questa mostra, tutti i dipinti erano nuovi.

In queste opere si manifestano i suoi riferimenti, il suo pensiero. Valentina e Rossana mi hanno spiegato come, dalle precedenti opere come da alcune di queste, si evincano i legami con il Messico, e il particolare il debito di Valentina – che lei a suo modo rende e risolve, s’intende – con la pittrice messicana Frida Cahlo e con la sua tragica storia. In particolare emerge il riferimento alla celebrazione, nella cultura popolare messicana, del dìa de los Muertos, il giorno in cui l’immagine della morte viene evocata con intenzione, ma anche con ironico distacco, quasi al fine di esorcizzarla, per quanto possibile, dalla vita degli uomini.

Quindi è questo, della presenza ironica della morte, un primo filo che attraversa l’opera di Valentina Zummo – reso evidente, p. e., dall’opera Coccia de morte, in cui la testa femminile (parte preponderante, come nelle altre opere, della composizione, o comunque fuori proporzione rispetto al corpo, più piccolo) viene presentata con un teschio poggiato sui capelli; qui – come nelle altre opere presenti – il riferimento lontano al pop-fumetto alla Roy Lichtenstein diviene remoto al punto da essere irriconoscibile, se non per il fatto di presentarsi la composizione, appunto, al modo di un fumetto; e certamente viene in primo piano il fumetto, come cultura popolare, ma declinato secondo la singolare personalità artistica dell’autrice.

Quali sono gli altri elementi salienti di tale personalità artistica?

Nella conversazione ci si è concentrati e diretti, oltre che su qualche elemento di provenienza orientale (sailor’s dream: la ragazza-faro porta il terzo occhio, quello della visione divina presente della via del buddhismo, aperto), su altri caratteri. Tali sono il viso delle figure femminili rappresentate, la diminuita eppur significativa evidenza del corpo, la presenza di forti passioni.

In primo luogo: Valentina tende a precisare come nelle sue opere esprima se stessa e il viso delle ragazze, almeno in questa mostra, appare deformato in una specie di smorfia che in ogni caso lo rende lievemente asimmetrico, non certo in omaggio a certi canoni della bellezza. Gli strumenti di scuola del disegno e della pittura vengono usati, ma non per rendere un criterio del bello alla maniera della tradizione pittorica – piuttosto, l’oggetto in figura è un oggetto dell’anima. I tratti deformati, stravolti e sproporzionati del viso, gli occhi cerchiati, arrossati, le occhiaie livide, l’espressione fissa, stranita, vogliono dire la tristezza.

Tale sentimento della vita diminuita è in primo luogo per le situazioni-limite, come la morte e tutte le difficoltà dell’esistenza.

Ma, come sùbito si può vedere, alla tristezza si accompagna la risposta, la reazione.

Ciò appare nel secondo elemento già menzionato, quello delle modalità di rappresentazione del corpo. Le diminuzioni dei corpi, che vengono rappresentati solo in parte, con parti eventualmente nude o avvolte solo dai lunghi capelli, intendono – p. e. in bad feelings – che si raffigura un’anima in formazione; si possono quindi intendere i corpi come parti in crescita, in cui i lavori sono in corso, come cantieri dell’anima, non potendosi distinguere, nell’unità dell’essere, il visibile dall’invisibile. Nello stesso tempo, la nudità delle poche parti corporee in vista esprime non un criterio classico (il riferimento alla Venere botticelliana in Little Venus appare ironico, come sempre) ma la volontà di purezza e l’assenza di compromessi col mondo – in una riedizione, dunque, ma del tutto diversa e singolare.

Mentre Say a little prayer esprime la dolcezza (elemento comunque sempre presente, sia pure insieme all’asprezza, all’asperità, alle dissonanze), Vanity unfair suona in italiano: la negazione della fiera delle vanità, oppure: la sleale vanità. In ogni caso, similmente ma non allo stesso modo che nella celebre opera di William Thackeray, ciò che vien messo alla berlina è il carattere di vanità di tutte le cose, e si denuncia, un po’ alla lontana echeggiando l’Ecclesiaste, che tutto è vanità.

Emerge difatti, nell’opera di Valentina Zummo, un evidente tentativo di shock, una risposta, la mancanza di adesione a ciò che tuttavia non possiamo evitare, e che non dipende da noi. La mancata adesione si manifesta come ironica presa di distanza, p. e., dalla morte, ma anche dalla malattia e dal disagio, che si presentano talvolta senza avviso; e anche ciò è costitutivo della nostra condizione; ma si combatte, con medicine (l’elemento, come si vedrà, è – sempre ironicamente – presente ovunque) ciò che invece possiamo evitare, perché evitarlo dipende da noi, forse, sebbene incomba su di noi come un secondo destino – si tratta della società e dei suoi inconvenienti.

Traspaiono dunque, nel sembiante e nei simboli che accompagnano le figure femminili in tema, tutto il travaglio e la pena dell’esistenza.

Insieme all’ironia, la rabbia, per usare una sua espressione; sempre, la perplessità osservante o che nasce dall’osservazione, attentamente esercitata; e, insieme, l’indicazione di una possibile via d’uscita, di una generale terapia.

Come dicevo, l’elemento della cura viene indicato nella ironica presenza di kit di medicinali; p. e., nel First aid kit, dalla forma di trittico, con sportellini laterali; se questi sono chiusi, vi si vedono rappresentati gli oggetti del primo soccorso, con un cuore messo a nudo nella sua cruda realtà anatomica, senza idealizzazioni, con tanto di vene e di arterie in resezione, come se il cuore potesse funzionare e soccorrere isolandolo dall’organismo; aperti i due sportellini laterali, invece, si svela il segreto del pronto soccorso – si mostra cioè la figura dell’infermiera, la soccorrevole figura femminile: la donna è allora il cuore, il cuore era in metafora, è la donna la medicina e il soccorso.

Quel che è certo è che il nesso tra la medicina e le passioni, l’unico universale rimedio, suggerisce Valentina Zummo, è l’amore.

Sia pure in prima approssimazione, mi pare che la conversazione abbia consentito di vedere come l’elemento pop nell’arte di Valentina Zummo si unisca a suggestioni di atmosfera surrealista, secondo un messaggio estremamente forte e originale.

Letto 397 volte Ultima modifica il Lunedì, 05 Giugno 2017 15:25