Nota su: In viaggio verso Brindisi di Vincenzo Guarracino
(In: Ambiente e cultura mediterranea-Studi Mediterranei
Progetto culturale L’Appia Antica. Una via per l’impero)
La notte ormai calava le ombre sulla terra e spargeva di stelle il firmamento. Comincia al buio una lite fra i servi e i barcaioli: “Approda!”; “Hai già imbarcato trecento passeggeri!”; “Adesso basta”. Paga il pedaggio, lega il mulo: e passa un’ora intera. Perfide zanzare e le rane palustri mandan via il sonno; tutto zuppo di vinaccio un marinaio stornella all’amica lontana, e un viaggiatore gli risponde. Infine, stanco, il viaggiatore dorme e il pigro marinaio lega a un sasso la gomena del mulo perché mangi, poi russa a pancia all’aria. Era ormai giorno quando sentiamo che il burchiello è fermo. (Orazio, Sat. 1.5.9-21-Traduz. di Carlo Carena)
Ma il poeta fonda ciò che resta. (F. Hölderlin, Andenken-, -Traduz. it. Ricordo, di Enzo Mandruzzato)
Nello snello articolo In viaggio verso Brindisi, pubblicato lo scorso 14 luglio anche per celebrare l’inclusione dell’Appia Antica, Regina viarum, nel patrimonio mondiale dell’Unesco, Vincenzo Guarracino prende spunto dalla Satira V in cui «Orazio, poco meno che trentenne, in compagnia del potente Mecenate e dei suoi amici letterati, per una delicata missione diplomatica» attraverso località anche oggi note e frequentate (Ariccia, Feronia, Fondi, Capua, Benevento… Trevico, Canosa, Ruvo, Bari, Egnazia) affronta il viaggio verso Brindisi, sebbene con illustri compagni, «a malincuore, per confermare e rafforzare l’amicizia con il raffinato e potente ministro di Ottaviano Augusto, un’amicizia che per nascere aveva richiesto una faticosa gestazione di nove mesi, come racconta Orazio stesso nella Satira I 6». Certo, anche dal punto di vista della storia della poesia e delle condizioni in cui essa avviene, il resoconto oraziano «permette di gettare uno sguardo alla complessa e ambigua trama di rapporti che lega cultura letteraria e Potere in uno dei periodi più tormentati nella storia romana». Ma, come si vedrà subito, non si tratta affatto di questo e Guarracino non fa sociologia della poesia.
Piuttosto, un resoconto di viaggio «che ha lasciato scorrere sotto i nostri occhi, per 104 versi, un campionario, più che di miracula e thaumàsia (“prodigi e miracoli”), soprattutto di molteplici disagi, fisici e morali, tra grossolanità e volgarità»: Guarracino indica come decisiva, per leggere le intenzioni di Orazio, la conclusione della satira «Brundisium longae finis chartaeque viaeque est», e Guarracino: «Senti come un respiro di sollievo in quel longae, che, accostato a finis, e più ancora a chartaeque viaeque ha il sapore di un “finalmente”».
Assimila l’indocile Orazio ad Ennio Flaiano, per il quale, se «ci sono molti modi di arrivare», il migliore sarebbe proprio «quello di non partire» (p. 2). D’altro canto la letteratura sul viaggio è immensa, abbiamo in Occidente la sempre rivisitata Odissea, e per contrasto va menzionata anche l’opera di Xavier de Maistre – fratello di Joseph, che nel 1795, essendo costretto a 42 giorni senza uscire dall’abitazione (oggi diremmo arresti domiciliari), ci lascia un Voyage autour de ma chambre in cui, senza drammi e con un certa benevola ironia, egli racconta di come si possa anche viaggiare senza sprecare movimento.
Il cuore dello scritto di Guarracino si mostra, dopo la breve introduzione sulle circostanze del viaggio, nel titolo Fenomenologia e antropologia del viaggio con esergo da Ungaretti, «La meta è partire». Rileva Guarracino che «È una grande metafora della vita, il “viaggio”, così come grande allegoria la “strada”, che ne è per così dire corollario ed espansione concettuale, lastricata di buone intenzioni ma spesso irrorata di umori e sentori non facilmente digeribili e decifrabili. “A chi mi domanda ragione dei miei viaggi”, diceva Montaigne nei suoi Essais, “solitamente rispondo che so bene quel che fuggo, ma non quello che cerco”. Come dire che paradossalmente si viaggia con un unico òmphalos ben preciso e noto, il punto di partenza». Il viaggio in esistenza obbedisce a «… un’unica, fondamentale attitudine, quella della disponibilità alla messa in gioco di sé e all’attesa dei miracula rerum (tutte le «mille variabili e stranezze possibili»), delle situazioni cioè che la vita, la “strada”, può offrire in un’allerta continua ai suoi segni, consapevoli come dice, per bocca di Edipo, Cesare Pavese dei Dialoghi con Leucò nell’eponima operetta, che essa “ha qualcosa di umano, di unicamente umano”,… ciò che presenta e offre, dolore o gioia che sia, sofferenza o punizione, sconfitta o successo, è scritto nel caso che tocca, più che al “destino”, all’andare e all’ardire di ciascuno. Che si chiami Ulisse o Pollicino: Ulisse, “polytropos”, “versutus”, “dal multiforme, versatile ingegno”, che “erra” (nel senso più esteso) per tornare… o Pollicino che, avveduto, le sue “pietre” le predispone e dissemina per costruire “tracce”».
A me sembra che per viaggiare serva non solo sapere da cosa ci si allontana ma anche verso cosa si va, ceteris paribus (a meno che non si fugga, per esempio: in quel caso importa che ci si allontani dall'intollerabile) e fermi restando (?), per quanto imprevedibili, i miracula rerum, s’intende. Leggendo Guarracino, inoltre mi vengono suggestioni e preziosi suggerimenti – prima, sulla “traccia”: «Forse proprio questo, la connessione tra iter (“viaggio”) e atira (tratto dall’arabo, n.d.r.), “lasciar tracce”, ci porta a pensare che da sempre si viaggia per tornare sui propri passi, per (ri)trovare una “traccia”, un punto di partenza perduto… »; e poi, la utile distinzione, «che leggiamo in Isidoro di Siviglia, tra iter e itiner (Etymologiae sive Origines, XV, 16, 8), con il secondo troppo simile lessicalmente a iterum (“una seconda volta, più volte”), un neutro avverbiale che comporta concettualmente obbligo e fatica».
Se il viaggio è metafora eccellente e molto diffusa dell’esistenza, le sue immagini varranno anche a dire della conoscenza, della memoria, del ritorno o del non ritorno: si tratta dell’andare e venire, dunque fors'anche del tornare. L’immagine del viaggio assume un senso davvero molteplice, con riferimento preferenziale alle strade dello spirito e della mente, come fa Maria Zambrano (in Notas de un método - ed. tecnos, Madrid, 2011, p. 123): anche la nostra rappresentazione della relazione tra pensare e ricordare si serve delle immagini del movimento e del viaggio. Riferendosi, in partenza, ai dialoghi platonici, la filosofa scrive che «discurrir, en este ir y venir del pensamiento (è, quindi, implica la memoria, dunque – n. d. a.)… El buscar el punto de partida es el motor, la verdadera “causa movens” del recordar, del revivir para ver, un ver que es un entrever».
Tornando a Guarracino. Quando egli rievoca le note vicende e i comportamenti di Orazio e di Virgilio, compagni anche in questo viaggio a Brindisi, evidenzia una specie di biforcazione nei cammini possibili dell’esistenza: «il “viaggio” lo faccia o lo faccia fare, l’Autore, si chiami Orazio o, mettiamo, Virgilio, si svela nei suoi comportamenti, nella sua filosofia di vita, ove non sia libero nelle sue scelte, rispetto a chi regge e dirige le sue sorti … In altri termini, il nevrastenico Orazio, amante della quiete e poco incline al servilismo nei confronti di Mecenate e agli obblighi imposti, può lasciar trasparire disappunto e malanimo nei confronti della corte dei miracoli entro cui è costretto a vivere i 13 giorni del viaggio… (egli) è lontano le mille miglia da quello che Tacito considererà uno degli eventi fondanti della politica di Ottaviano…, (di cui, n.d.a.) Orazio decreta l’abbassamento a fatto privato e marginale...». Guarracino evidenzia che è del tutto diverso, ma infine risulterà non meno produttivo dal punto di vista della poesia, il comportamento di Virgilio. Questi, «prono ai dettami del suo Augusto… », costretto addirittura a mutare la parte finale del libro IV delle Georgiche perché intanto l’amico Cornelio Gallo, di cui v’era in quella parte l’elogio, diveniva inviso all’imperatore - doveva ri-fare l’opera obbedendo a una ingiunzione del potere, perché espressa chiaramente o anche per evidenti ragioni di opportunità; eppure da quella incresciosa necessità il poeta trae vantaggio, ovvero un finale memorabile di questa parte: il poeta mantovano riscrive e conclude «con un ben altro “viaggio”, incentrato sulla favola di Aristeo (e il conseguente epillio di Orfeo ed Euridice), che percorre vie e situazioni le più intricate per “ricuperare” le sue api perdute. Come dire da un “error”, una conquista, una rivalsa della Poesia: è un alto momento di grazia,… la vendetta singolare della Poesia che procede per strade imprevedibili».
Il punto è, mi sembra, che non giova meglio ad Orazio seguire la sua indocilità e i suoi malumori, di quanto non torni bene a Virgilio il dover cambiare una parte dell’opera riscrivendo docilmente e sotto costrizione: anche se «capita a Virgilio come ad Aristeo, nel processo analogico del mito, di fermarsi lungo il tragitto e di dubitare e interrogarsi se sia meglio continuare piuttosto che fermarsi» e ne consegue «una domanda conclusiva, se non sia meglio secondare il destino, o l’istinto dispersivo…», visto che, di fatto, si assiste qui comunque alla «rivalsa delle ragioni della Poesia e dell’Arte». Anch’io (a me sembra che Guarracino intenda così, e in tal caso sarei d’accordo), penserei l’alternativa nel segno del “comunque”, dell’ “vel” inclusivo invece che dell’ “aut… aut”, perché la scontentezza micidiale origina la V Satira oraziana, “come” (cioè “oppure”) l’adeguarsi docilmente all’imperio o all’opportunità procura il mirabile finale della IV Georgica di Virgilio.
La grande immagine del viaggio prende corpo sull’Appia antica, gremita di riferimenti storici e culturali che Guarracino menziona puntualmente, il cui tracciato semicancellato è oggi seguito solo in parte dalle autostrade. Ma il poeta, «nella descrizione di luoghi e personaggi ma anche di messe in scena di sé a tratti tutt’altro che lusinghiere …, riesce a far intravedere il suo interesse per le cose anche apparentemente inessenziali, a riprova che ciò che conta in ogni situazione, viaggio e incontro che sia, è la “traccia mnestica” di sé, il modo in cui l’io scrive nella sua memoria l’esperienza, per riattivarla e liberarsene all’occorrenza». Anche qui Maria Zambrano, con tutt’altra intenzione ma parlando della memoria, del pensiero e anche della poesia, perché no: «El recordar viene así a ser siempre un desnacerse el sujeto para ir a recoger lo que nació en él y en torno suyo y, viéndolo, devolverlo, si le es posible, a la nada, o para rescatarlo de su oscuridad inicial y prestarle ocasión de que renazca, para que renazca de otro modo ya en el campo de la visión». Il circolo individuato è tra presente, «La búsqueda de “algo perdido” y la búsqueda del origen – semiperdido siempre» (M. Zambrano, op. cit., p. 124).
A prescindere dalle indicazioni che si possono ricavare sul piano dell’etica da questa immagine del viaggio e dunque della via («…la “Via”, non meno della Vita, che “minus gravis est …tardis”, è da accettare con moderazione e sapienza per adattarsi ai suoi ritmi e alle sue leggi, senza scrupoli e remore di sbarazzarsene ove se ne presenti occasione e necessità»), Guarracino nell’ultima parte (Un viaggio di carta) si domanda, pensando sia sulle avventure e disavventure di Orazio che sulla caducità delle grandezze umane, «scenario di grandezze e miserie»: di tutte queste cose, «cosa resta?» E qui ci siamo: ma ci sarebbe tanto altro da dire. Vedremo.
Non ho potuto evitare, a mia volta, di "riandare" a un ultimo viaggetto insieme, da Vallo della Lucania a Napoli, a Vallo c’era anche Guarracino, con un comune amico, chiacchierando di filosofia – e altre cose, ma lasciamole stare. In questi giorni l’amico ci ha lasciato. Certamente Guarracino vuol anche suggerire che, al di là dello splendore tanto celebrato delle rovine e del lavoro degli archeologi, «il poeta fonda ciò che resta» e non tutti i sentieri sono interrotti.
