Pochi al mondo hanno la distanza di Marcelo.
La sua solitudine, nessuno.
Ha la distanza della sua terra,
parla di vastità e di silenzi.
Solitario e lontano
balla, nel suo livello abissale.
Chiuso come la tenebra, lui
oscuramente conduce,
ma Sabrina danza come la luce
che rischiara
la fantastica notte.

Sabrina Amato e Marcelo Alvarez

Il tango è tutti i modi del guidare e
seguire, in persona.
Tu balla senza imporre.
Offri la tua variabile forma:
adeguarsi senza cedere
è specie della forza

Maria Filali e Gianpiero Galdi

Balli come vivi. Perché apprendi
da chiunque, perché commetti errori e devi
crescere. Ma balli
anche perché
sei capace di tener testa al diavolo.
E mentre vai ti si affacciano figure di tango
come parole di corpo, ci lavori finché sei
stanco morto.

Lorena Tarantino e Giovanni Cocomero

Esegui una figura.
Un passo - s'alza vento sul mare.
Il corpo della danza è vento elementare.

Altro passo,
ogni passo un quarto di luna,
sull'onda della fortuna

Natalia Cristofaro con Pablo Calvelli

Tango è meditazione in veloce sensazione,
raccogliersi e riflettere in azione,
una mente che suscita e provoca una mente,
attesa di figure di risposta,
pazienza che intesse arti d'ascolto,
orgoglio nel confronto

Yanina Quinones e Luciano Neri Piliu

20 Novembre

Il secondo libro di tango, III lettera. Il sogno dell'horror-tango

Lettera 3. Il sogno dell’horror-tango

Caro amico che leggi, ieri l’altro mi sono trovato in una milonga, ma era un sogno: proprio così, e il luogo prendeva forme diverse, di volta in volta, ma no, era una milonga di Buenos Aires o un’altra del mondo, che avevo forse visitato: piccole e carine, o volutamente messe male, o fastose, enormi … e nella milonga si svolgeva tutto il teatro dell’umanità, che era il teatro del tango.

Perché proprio del tango? Mah, perché vi si presta molto. Era una milonga dove si ballava, l’ho detto, ma era anche una scuola dove si studiava tango. Eppoi era una milonga ma erano diverse, e così la scuola, una sola cosa e molte.

Lo so, devo cercare di mettere un po’ di ordine. Dunque, i luoghi di scuola si sovrapponevano a quelli di milonga, e negli stessi spazi vedevo ora tangueros in apprendimento, ora milongueros che ballavano. Non si capisce meglio? Sono i sogni.

I tangueri in scuola erano alle prese, alcuni erano principianti, sottoposti, per esempio, al noto supplizio della salida basica. Chi legge dovrebbe sapere cos’è: è il movimento che a volte s’insegna ai principianti del tango, in otto tempi, e l’ultimo è una chiusura (piedi uniti). Dopo esservi stato sottoposto a lungo, nei primi anni della sua vita di tango, credo che le facoltà psico-fisiche del tanguero di turno vengano seriamente compromesse, fino a che ne resterà un danno definitivo, a meno che egli – o lei – non sia molto dotato e se ne infischi. Va bene, ma è un po’ così per tutti gli apprendimenti: bisogna dimenticare e perlopiù perdonare. Sì, ma si può anche fare esperienza con altri maestri, e quelli cominciano insistendo su tutt’altro motivo, per esempio il tipo di abbraccio, oppure la distinzione tra passo cruzado e passo parallelo. Lasciamo stare cosa sono: tutte cose un po’ sinistre a sentirle così, e in effetti potrebbero risultare dannose, al punto da lasciare incapaci di espressione, ma qualcosa bisogna pur apprendere e c’è di peggio.

D’improvviso, a tratti, la scuola lasciava lo spazio della visione onirica – come si dice – alla milonga, o la milonga alla scuola.

I contorni della milonga: tantissime donne sedute a lanciare la mirada (inviti tramite occhiate a incrociare lo sguardo del hombre di turno) che talora lui accoglieva con cabeceo (segno ammiccante, lieve, con la testa) oppure viceversa, prima cabeceo poi risposta della donna, e la donna si alzava e veniva all’abbraccio, e così magari diventava musa ispiratrice del tango; ma talora le occhiate non venivano raccolte, e così le donne, piuttosto che muse, diventavano musone. Ma è la vita, cioè il tango, in visione maschile, s’intende.

Il luogo era prezioso, perché era un luogo di verità, in cui ognuno perde molto del ritegno che si usa nella vita quotidiana e mostrava sé stesso. Dongiovanni, seduttive, seduttrici, timidoni, galantuomini, esibizionisti e smargiassi, prevaricanti, dominanti o remissivi, tutti stavano là messi insieme, e ballavano. Peccato non saper disegnare, che facce. E il motivo era l’abbraccio, sta al centro del mondo. Voglio dire, del sogno. Se ti abbraccio posso amarti, è vero, anzi ti amo, ma potrei anche fregarti meglio, questo si sa.

Non si conversava per nulla, o ben poco, e si diceva, salutando: come stai? E l’altro rispondeva: bene. Certo, sembra un po’ stupido. Qualche volta, se proprio era la giornata del buon cuore, il salutato aggiungeva: e tu? E l’altro, a sua volta: bene. Nella vita invece si possono avere lunghe conversazioni in cui si potrebbe anche non dire niente: e questa è la differenza. Qualcuno qui decideva di non salutare affatto, e così evitava i convenevoli inutili: non ti vedeva. Se volevi parlare, rispondeva a monosillabi brevi, finché non ti stancavi (ma d’altro canto si è lì per ballare, vero? E allora…). Ma torno al sogno. Ho visitato in sogno i luoghi più orrendi, o strani, e ne descrivo solo qualcosa, mica posso mettermi a scrivere un libro solo per quello. Si apriva d’improvviso uno spazio, e vi si attestavano come in assetto di battaglia tanti elfetti intenti a guardarsi solo tra di loro, a invitarsi, a cantarsela e suonarsela, come si dice, solo nel gruppo: si definivano facile, si distinguevano per l’età, o forse per uno stile di ballo, o per appartenere a una certa scuola o per l’esibire certe competenze presunte superiori. Ballavano, zompavano qua e là con grande enfasi, magari scalciando e ferendo i milongueri tranquilli, o forse istigando alla rissa? Non so.

Poi, come fantasmi della mezzanotte, comparivano i tangueri vecchia guardia, c’ero anch’io. Mancavano solo le catene ma devo aver sentito i ferri. In dieci minuti di abbraccio (la durata di una tanda, più o meno) questi signori facevano registrare un movimento solo, ma percettibile solo alla telecamera, forse indotti da vibrazioni del pavimento, non è chiaro. Alla fine la ballerina si svegliava e abbozzava un accenno di atras. Era impressionante constatare, sui visi, non tanto il rapimento del tango quanto il rigor mortis. E poi, i vampiri del tango? Devo ammetterlo, qualche volta sono stato attratto dal collo della mia bella compagna di tanda, dalla sua giugulare, credo (ho conoscenze di anatomia abbastanza approssimative, rispetto a un vampiro e a un biologo). Ma almeno finora ho saputo resistere. Questo che vidi le si avvinghiava, e sembrava succhiarsela tutta da un solo punto: ma la poverina a volte, non ci posso credere, sorrideva: era per vocazione al martirio o perché a sua volta vampira iniziata?

Si tornava d’improvviso alla scuola, senza aspettarselo, e si vedevano i maestri ironici, quelli sprezzanti degli allievi, quelli seduttivi, quelli esibizionisti (non sarai mai come me, rassegnati, sembravano dire). Poi d’improvviso diventavano ballerini e tornava la milonga. Incedevano maestre inaccessibili per programma, donne regali con ostentazione, in attesa di el hombre con cui iniziare la recita a soggetto. C’erano le maestre ragazzine, sempre infastidite, sempre eludenti lo sguardo, che i non-morti, almeno, li tenevano alla larga. Coppie di maestri conclamati che ballavano in bordo e in angolo per evitare il peggio, camuffandosi, solo camminando e abbracciandosi. Coppie cordiali e alla mano. Altre coppie che parevano esibirsi di continuo, in mezzo alla folla, si sa che tutto va bene purché ci si alleni, e poi si attraggano principianti alla propria scuola.

Il sogno finì male. A un certo punto decisi di entrare in ballo ma la tanguera esperta di turno non aveva volto. E come avevo fatto a invitarla? Non capisco, il sogno avrà pure una sua logica. Quasi subito dopo l’abbraccio, provai una fitta acuta al collo e poi un senso di lacerazione, di mutilazione. Una zombie! Orrore! Ne fui consapevole, ma era troppo tardi.

Poi per fortuna mi sono svegliato, pronto ad accettare qualche problemino del tango: ne vale la pena. Era un sogno.

                                                                                                     Nocera Inferiore, 9.9.2016

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