10 Gennaio

La poesia, le lingue, la memoria, la storia. Intervista di Paolo Polvani a Carlo Di Legge su "Buenos Aires, Benares" (Delta3, Grottaminarda 2014).

Questa intervista in 5 punti, leggermente rivista qui, è stata ideata e pubblicata da Paolo Polvani il 7 gennaio 2025 per il blog di www.versanteripido.it.

Libro:

Buenos Aires, Benares 

di Carlo Di Legge

Delta3 Edizioni, Grottaminarda (AV), 2024

 

 

  • Buenos Aires e Benares sono due città molto distanti, non solo geograficamente. Perché la scelta di questo titolo?

A mio avviso, la poesia nasce dall’esperienza e ritorna all’esperienza – so che è controvertibile, ma da dove, se no? – e ne può generare altra. La poesia credo sia sempre in relazione con quel che uno “è” o fa, come la scrittura, qualunque modalità della scrittura.

Nel caso del libro, ho quindi visitato entrambe le città, come si può intuire da qualche dettaglio – a volte molto generico, per me indicativo, si può scrivere cose significative con poveri particolari, con poco, con ciò che potrebbe apparire insignificante. È un titolo, un accostamento quasi di maniera, cioè in questo caso intenzionato a catturare l’attenzione tramite una connessione tra distanti e l’evidenza dell’assonanza, per dire cose che sono in tutto il pianeta, che pensiamo siano le costanti della vita e crediamo di chiamarle con gli stessi nomi, all’interno di una stessa lingua, beninteso. Ma è così? Su questo, provo a dire qualcosa in più dopo, nella terza risposta. Questo è quel che posso dire, la constatazione è che il titolo davvero ha suscitato curiosità in chi lo ha visto, qualcuno oltre te me ne ha domandato. Ma ognuno può trarre, ovviamente, suggestioni – quelle, anzi, che vengono.

  • Il tango argentino (al quale hai peraltro dedicato un bellissimo libro) e la ricerca spirituale rappresentano capisaldi importanti nella tua vita. C’è qualcosa che li accomuna?

Grazie. Vedo affinità perfino ovvie tra la musica e la parola poetica, ma senza scendere nel dettaglio su quello, credo di aver cominciato il tango come comincerei ad apprendere qualsiasi altra danza, o anche lo studio della musica o del canto: ne avevo necessità in un momento della vita. Ora mi avvedo che, con gli anni, i miei interessi nell’apprendimento e quindi anche nella ricerca di qualunque tipo sono precisati. La “conoscenza” è prima. Credo che possiamo sempre scoprire aspetti che cambino il nostro “veder cose”, avrebbe detto Heaney, e stupirci, ma al momento mi sembra piuttosto attendibile pensare che non vi sia reale distinzione tra corporeo e incorporeo, perché “niente corpo niente mente”, secondo una certa iompostazione che condivido (ma, certo, ci sono differenze nelle modalità degli apprendimenti). Poi l’altro e connesso aspetto, potrei dirlo “di relazione”, nel senso che infine una conoscenza che debba valere per me soltanto non mi può interessare, non va al di là della mia persona così limitata, ma cerco di associarmi in qualche modo ad altri con cui possa condividere – non solo le mie “cose” ma anche le loro, le nostre, in quanto affini; altri che siano quindi prossimi o almeno interessati. In tal senso mi sembra che “la poesia è la città”, nel senso che poesia, come il tango argentino, la danza, è relazione.

Mi sembra che questo potrebbe rispondere alla domanda.

  • Il tuo libro è trilingue, italiano inglese spagnolo, e anzi di alcune poesie viene proposta anche la versione cinese, lingua che da qualche tempo stai studiando. Cosa ti affascina dello studio delle lingue?

Una domanda difficile, a cui ho risposto nel tempo con risposte diverse. Credo sia in atto in me un tentativo (che non finirà, mi sembra) di chiarimento sulle lingue, perché esse stesse costituioscono enigma e domanda della vita.

Quanto al libro, non credo che proverò ancora a costruire un libro così, ma l’esperienza della traduzione mi sembra importante, questo resta, come pure il poter leggere e scrivere in altre lingue, il parlare.

Ho pensato che era inutile e troppo ambizioso cercare di far tradurre miei versi e libri da amici e amici di amici, perché non si può essere certi che i versi siano letti in altra lingua. Quale senso avrebbe? Ognuno risponda come vuole, non condivido, a meno che non cambi parere, e si è liberi, per me ho avuto occasione di far tradurre ma ho lasciato cadere. Così invece, traducendo da me stesso i versi di un mio libro, sapevo in partenza che lo sforzo riguardava prima l’aspetto di conoscenza e solo in secondo luogo quello di relazione: chi non vuole o non sa farlo in altre lingue qui presenti può leggere solo in italiano.

Era importante sperimentare il tra-durre in altre lingue, le due più sentite, pur nella loro differenza, a me prossime più di altre, per qualche motivo del mio vissuto, per aumentare consapevolezza della diversità e delle somiglianze, se vi sono. Credo di aver guadagnato qui qualche punticino, era una questione che ho voluto affrontare prima da solo e poi verificare le cose fatte con amiche molto più competenti, che sono state disponibili a rivedere tutto.

Quanto alle lingue, invece, qui mi inviti all’immenso. La mia competenza è ben poco rispetto a uno specialista, o anche a un colto madrelingua, ma questo mi è riuscito di fare.

Sì, è attraente il pensiero dell’esistenza delle lingue, così diverse, e della loro origine, e della loro ratio.

Credo di poter dire ben poco sui motivi del fascino, come domandi: di questo si tratta, infatti, di fascino.

Comunque qualcosa posso cercare di dirlo.

Spero non sia ovvio, ma non scriviamo perché abbiamo le mani, e così non parliamo perché abbiamo i cosiddetti organi fonatori: anche molti animali “hanno” questi organi, ma li usano per respirare o per introdurre il cibo o tutt’al più emettono richiami e suoni che hanno poco in comune con le lingue degli uomini.

Anche in assenza di organi fonatori, gli animali provvedono alla necessità di comunicare. La base della lingua è questa, e ho sempre presente che le nostre modalità d’uso possono essere assai più raffinate. Ma perché dimenticare che al fondamento della lingua c’è la comunicazione? Dunque la relazione, e quindi la società. Questo è il terreno ontologico delle lingue, direi. Sembra poco, lo so. Ma sembra anche vero, e non va considerato con un certo snobismo come sembra fare qualcuno, nemmeno in arte e poesia: solo che qui il messaggio è più elaborato, è un raffinato sentire la lingua, che, al limite di una specie di spettro immaginario delle modalità d’uso, può consistere anche nel coltivare la sola forma della lingua (è il caso delle cosiddette avanguardie, di cui oggi abbiamo buona compagnia, con epigoni assai attrezzati e combattivi: quel che si trasmette, in modo anche un po' provocatorio, è forma della lingua senza contenuto, oppure l’assurdo, ma si potrebbe dire che in questo caso il contenuto, il messaggio, è la forma stessa. In questo senso si potrebbe ripetere che il medium è il messaggio).

Se pensiamo alla semantica, non corrisponde, ogni lingua, in molti suoi luoghi, a prospettive diverse del vedere le cose?

Nelle lingue diverse, credendo di parlare della stessa cosa, diciamo la stessa cosa? Ciò potrebbe darsi (nemmeno è certo) nell’ambito di una lingua, cioè da uno stesso punto di vista; avviene forse nei linguaggi standard delle scienze, se non vi siano divergenze di tesi scientifiche sulla “cosa” di cui si tratta (“cosa è” il dolore per la scienza, per il suo linguaggio? E l’amore? E così via…). Ma se consideriamo la questione in lingue diverse, cosa per esempio vorrà dire l’equivalente, in cinese o hindi, o altra, di quel che noi diciamo “amore” o “amour” o “amor” nelle lingue sorelle? Anche per questa direzione la discussione diventa infinita, non posso proseguirla qui.

Se consideriamo lingue molto lontane, le “stesse” cose possono sorprenderci e cambiare. Bisognerebbe forse guardare all’origine di certi morfemi, delle parole: “amore” in cinese (semplificato) è “ài” (cioè suona così) ma si scrive “爱”; attraverso quali passaggi l’immagine acustica “ài” si fa corrispondere a quella scritta (ma forse qui chiedo troppo), e “che cosa” si vuol esprimere di preciso? Mi sto facendo qualche idea, ogni parola richiederebbe discussione e studio, compito senza termine, filologia sta con fenomenologia delle lingue e certamente non sono un filologo. La parola in questione viene usata come un equivalente di altre lingue ma è lo stesso? Potrei azzardare che, se in fenomeno (sempre mediato dalla lingua che uno parla, in cui quindi pensa) le cose potrebbero apparire simili tra culture remote, le lingue possono offrire sempre sorprese dal punto di vista del parlante, di ciò che egli intende.

E la lingua così com’è è nata, come si dice, per consenso dei parlanti (invalso in quel laboratorio della strada, che è l’uso) o per operazioni di studiosi a tavolino? Entrambe, direi. Quel che ha mosso le operazioni è stata la pura necessità, come una specie di pulsione: come tendiamo a nutrirci così tendiamo a comunicare, mi sembra congettura verosimile. A questo proposito si veda il ruolo che, a detta delle storie delle lingue, viene svolto dalla poesia all’origine. Questioni più vicine a noi, quella del ruolo dei poeti di età augustea e precedenti nel passaggio a un latino ripulito, sulla scorta del greco (a Roma i ceti alti parlavano greco, che bisogno c’era di inventare un latino illustre?); oppure il ruolo dei poeti nella elaborazione di un volgare illustre, poi lingua italiana.

Vale per la semantica, vale per la sintassi.

Ma la poesia? Essa è cresciuta in modi anche molto dissimili tra loro. Basti vedere le ardite analogie dei poeti. Le sintassi diverse, l’ordine dei dicorsi, che già può cambiare tra le lingue. Qui in poesia il pensiero si articola in diversi modi. In poesia “leggere” vuol dire intendere la singolarità di un altro mondo, e, quando va bene, aumentare così il proprio orizzonte. In questo senso la grande poesia è suscettibile d’essere intesa da tutti. È traducibile? C’è un limite oltre il quale non si va. La si può intendere, forse: a patto d’essere disponibili. Cose che sono state dette, a me sembra solo di condividerle.

Anche così non restiamo nell’ambito del comunicare, cioè della relazione?

Si fanno anche le guerre dichiarando guerra ma i fatti attestano che non ce n’è bisogno. Gli stati a volte dichiarano guerra, a volte nemmeno. Basta armarsi, scegliere un nemico, eccetera. Invece le “paci”? ci sono tanti tipi di pace, credo che le lingue e il linguaggio vi abbiano a che fare.

Come l’acqua, questa discussione trova strade ovunque. Ho cercato di controllare ciò che scrivevo, mi sfuggiva di mano. Non è “affascinante”?

  • Hai trascorso i primi anni della tua vita a Trani. L’ho riconosciuta, nella poesia dedicata a tuo padre, dai “lastroni di pietra bianca”. Che ricordi conservi di quegli anni?

Sì, a volte ne scrivo, come nel caso di alcuni versi del libro. Credo che quelle pietre che lastricavano il corso Vittorio Emanuele siano rimaste così, per fortuna. Il ricordo è “magico” come di un tempo che resta sospeso: finché noi ci siamo, in noi resta il ricordo di ciò che è stato, è l’“una volta, per sempre” dei poeti, è di tutti. “Una volta, per sempre” per me è diventato anche “una volta e mai più”, qualcosa di “privato” e forse un po’ “geloso” (non “pudico” come qualcuno dice), nel senso che la relazione a quelle persone, bruscamente interrotta a quattordici anni, per qualche motivo (più d’un motivo, credo) non sono più riuscito a riprenderla, sebbene anche altri abbia provato.

Non si può ricordare tutto, come Funes, il personaggio di Borges. Ma conservo di tutto, anche certi dettagli, mi pare, “fissati”, tanto che a volte i miei fratelli se ne stupiscono. Una enumerazione è impossibile ma ogni tanto viene in primo piano, emerge qualcosa.

In questo momento mi “viene” quando con i fratelli ascoltavamo in sala da pranzo al monumentale mobile-radio, le sere, certe trasmissioni di fantascienza, prima di cena. Il televisore non c’era ancòra, da noi arrivò a fine anni cinquanta (mio padre ne vendeva).

La scuola elementare con la terribile maestra, avita per quattro anni su cinque…

  • Un tuo verso recita: “Dio salvi la terra dal martire armato, non solo della fede”. Suggerisce che dalla storia l’uomo non riesce a imparare niente?

Nella sezione di libro dedicata alla storia mi pare di avere scritto “la storia è un disastro che si ripete”. Anche qui non invento, è nota l’interpretazione che offre Walter Benjamin dell’angelo di Klee. Più che il male, o il male metafisico, che Kant scrisse di non riuscire a spiegare come tale, Mi sembra di vedere una specie di pulsione umana alla guerra, per cui siamo costretti a farla di continuo come siamo necessitati a mangiare.

Tuttavia possiamo pensarci su, e credo che per fortuna noi uomini siamo diversi tra di noi, anche rispetto a questo. Possiamo anche mangiare meno o nutrirci diversamente; così credo che la pulsione a competere si possa indirizzare su certi sport. Non so se sia proprio lo stesso anzi no, non lo è, ma se si potessero accostare le cose, per esempio nel rugby o nel calcio di oggi, per non dire delle specialità di arti marziali e lotta, l’aggressività e il coraggio “fisico” sono molto importanti. Se non hai coraggio non ti fanno nemmeno entrare in campo.

Possiamo imparare: nel Novecento abbiamo tirato fuori, invece e oltre che le consuete alleanze guerrafondaie che sono in giro anche adesso, prima la Società delle Nazioni e poi l’O.N.U. Niente di simile c’era stato nella storia, mi pare, fin qui. Ma siamo ancora ben lontani dal dare un effettivo contenuto decisionale a questi organismi, che non sia dettato dalle potenze maggiori. E quanto all’Unione Europea, sembrano essere tempi grami. I segni di “progresso” sono di continuo contraddetti.

Come direbbe Kant, per credere nella possibilità di una pace perpetua serve che, nella storia, vi siano fatti che depongano a favore. Lui cita l’entusiasmo disinteressato, ai suoi tempi, dei rivoluzionari in Francia.

Sebbene anche tra i poeti maggiori sorgano astio e ostilità, la poesia, fondata sulla parola, per la sua stessa natura costruisce ponti tra i popoli come contribuisce alla nascita delle lingue condivise. Possiamo dimenticarcene ma è così. La poesia è la lingua stessa, la città degli uomini in cui vivere in pace.

Abbiamo in noi stessi, insieme a pulsioni autodistruttive, anche il seme della pace. Senza per questo voler parlare di Bene e di Male, senza tacere che la questione è molto più complessa del numero due, anche perché pace e guerra sono certamente in molte relazioni, mi pare che Agostino di Ippona abbia detto in modo giusto: è “come” due città.

 

(N.B.: sul blog di www.versanteripido.it l'intervista viene seguita da poesie presenti nel libro).

Letto 164 volte Ultima modifica il Lunedì, 12 Gennaio 2026 12:09