Napolesía (2 volumi - L'immagine usata è l'originale di Stelio Maria Martiini, in copertina del v. I).
- v. I a cura di Costanzo Ioni e Ferdinando Tricarico, Bertoni Editore, Perugia, 2024
- v. II a cura di Luca Ariano e Ferdinando Tricarico, Bertoni Editore, Perugia, 2025
(Nota di lettura - Carlo Di Legge)
Scrive Lucrezi su “Repubblica” del 24 maggio 2025 che i due volumi di Napolesía sono da considerarsi come un unicum, legati da «un filo sicuro». Non avviene di frequente che si dedichino due volumi per complessivi 60 autori a una città, intendendo qualcosa come una mappatura, un’atmosfera della scrittura poetica. Qui l’intenzione è comprendere i criteri pensati quando si preparava l’opera e i caratteri che emergono leggendo il lavoro, soprattutto secondo quanto dichiarato dai curatori.
I quali scrivono in prima prefazione che hanno domandato agli autori «legati a Napoli per nascita e/o formazione di presentare la propria ricerca» perché mossi «dalla curiosità di cogliere le traiettorie verso cui viaggiano le nuove scritture», sperando di ottenere così «lo stato presentissimo e futuribile del loro percorso». Le «soluzioni stilistiche», una volta raccolti i versi, sono apparse tante e diverse: c’era la «estrema, schiacciante varietà dei percorsi e delle proposte tematiche» anche «nell’ambito dei testi di uno stesso autore». E nell’altra prefazione, nel v. II: si è «stimolato con la richiesta di inediti il percorso in atto indipendentemente da qualsiasi dato generazionale» per cui «non stiamo teorizzando una “linea napoletana” (…) si può solo lavorare sull’opera transitoria, sulla comunità parziale».
Si potrebbe dunque indagare per età, o secondo la poetica, quale si sa o si evince dalla scrittura. In quest’ultimo senso, importa, certo, distinguere gli autori di versi dichiaratamente politici anche nella modalità di scrittura, oltre che nei contenuti. Ma ciò vale fino a un certo punto: si sa che scrivere è sempre riferirsi alla polis, nel momento in cui lo si fa pensando, anche in ipotesi, che qualcuno leggerà e a partire dalla responsabilità verso sé stessi. Torna poi qui la questione dello stile usato. Credo risulti comunque chiara la differenza tra autori come Lubrano (anche in lui come per quasi tutti i presenti la dimensione orale della poesia è presente, di continuo) e gli altri. Si potrebbe invece sostenere con qualche ragione che Di Pietro è un autore “lirico” se ci si fermasse allo stile; ma non è solo così. Sebbene in estrema differenza da Lubrano, la intentio politica è forte anche nei versi di Floriana Coppola e, ancora diversamente, in quelli di Eugenio Lucrezi. Una complessità che non può credere chi non legge fa di questa antologia un luogo assai significativo per mostrare cosa effettivamente cosa bolle oggi in poesia all’ombra del vulcano. Molto eterogeneo dunque il modo di scrivere versi (anche con qualche prosa “poetica”), poetiche differenti e in progress: dal progetto poetico del senso compiuto, sebbene insolito o provocatorio o scintillante, alle fratture di senso sempre riproposte; esempi di poesia anche “visiva”, mai tuttavia qui unita a immagini, in qualche modo resa dalla studiata disposizione delle linee sulla pagina. Sembra pertinente l’analogia di tutte queste disparate direzioni con il tempo “ellenistico” di cui parla la prima, impegnativa postfazione di Cappelli.
Si potrebbe indagare il milieu culturale degli inclusi: tutti provengono per formazione dalle università, in particolare da quelle napoletane, e alcuni lavorano in varie università, sono più del dieci per cento: dunque studiosi che fanno anche poesia. Una percentuale anche superiore è data da professionisti della scuola, dei licei salvo eccezioni, e non solo insegnanti di lettere, perché per un altro dieci per cento gli autori provengono da studi filosofici. Altri svolgono le occupazioni più diverse, da quelle intellettuali ad altre, anche nel campo scientifico o delle tecnologie. Sono inclusi autori che fanno già parte della storia della poesia napoletana più alcuni delle ultime generazioni, giovanissimi, molto attivi.
Sono qui gli scrittori di poesia inclusivi e quelli non inclusivi. I secondi si dedicano solo a scrivere e a pubblicare, eventualmente si presentano ai reading, ai concorsi, nelle antologie (non sono ovviamente compresi quelli “nascosti”, che scrivono come per una pratica ascetica, in qualche modo anacoreti della poesia, si può supporre. Lo dico per dare idea di maggior completezza dell’insieme reale, anche al di fuori dell’antologia, so che ci sono). I primi invece, gli inclusivi, come è stato Costanzo Ioni, che oltre a scrivere sono attivi nel mettere in evidenza e promuovere altri, seguono una vocazione sociale e pubblica, non solo in poesia: organizzano, invitano, incoraggiano scrittori veri o presunti. Di questi, alcuni sono compresi qui in antologia: perché mai uno scrittore inclusivo dovrebbe mancare? Perché in generale dovrebbe darsi il paradosso di uno scrittore inclusivo che venga escluso da altri che mirano a includere autori in un libro?
I curatori dell’antologia, compreso il non napoletano ma (per il II volume) presente Luca Ariano, vi hanno portato dentro tutte le categorie menzionate sopra, forse anche altre, salvo, ovviamente, coloro che, interpellati, hanno rifiutato (ben pochi, due o tre, per motivi molto diversi).
Ascoltando Tricarico e i suoi interlocutori Alessandra Ottieri e Guido Cappelli, alla presentazione del 23 maggio a Napoli, si è precisato qualche tassello.
Si tratta di un’antologia intergenerazionale, s’è detto. Sono compresi autori di ben tre generazioni, calcolando la durata generazionele a 20 anni. Ve ne sono di poco più che ventenni e altri ultraottantenni. A me questo sembra molto importante e interessante. L’invenzione della poesia per generazioni, che viene oggi in evidenza per via di alcuni premi di poesia e in alcune manifestazioni e antologie, qui non è stata seguita: i curatori si sono mossi “solo” tra gli autori viventi, non hanno neppure ceduto alla tentazione di fare una storia della poesia napoletana e nemmeno una antologia di poesia in lingua napoletana, un lavoro che altri compie, ma del tutto diverso. Si voleva dar posto ai più significativi tra gli autori di poesia che scrivono adesso, a come adesso scrivono, con riferimento al territorio di Napoli e dintorni, che attualmente vivano o meno nei paraggi, è ovvio. E credo anch’io che, non solo per la poesia, Napoli sia “osservatorio privilegiato” (Cappelli, I, 168).
Si è voluto che l’insieme avesse un senso “sperimentale” nel senso dell’osservazione: vedere cosa sta maturando e covando nel magma tellurico della poesia di Napoli e dintorni, in questi anni, anzi adesso. Per cui si è chiesto agli autori, con maggior puntualità quando le idee erano più chiare, in preparazione del secondo volume, di inviare tre scritti possibilmente inediti, di precise dimensioni e comunque scritti attualmente o recenti; lo si è fatto con preavviso di tre mesi rispetto alla fase finale di editing. Molti hanno scritto dunque per l’antologia. In quest’ultimo caso, quel che è stato pubblicato in antologia può essere già cambiato in vista della pubblicazione su libro dell’autore, se è possibile (o necessario?) che la scrittura cambi nel tempo, a partire da quella di un singolo componimento. In questo modo si vede cosa c’è al momento, in poesia, in ambiente napoletano: il campione, se non è del tutto esauriente, è almeno molto attendibile.
Singolare constatazione: chi legge senza guardare i nomi degli autori non vede (o non troppo, dipende anche dalle capacità di analisi) nella scrittura le differenze generazionali. I versi fanno unità sebbene del tutto variegata, problematica, fluida, complicata, e anche questo è dare un’idea, precisa nella sua difficoltà, di ciò che si muove in Napoli e dintorni. Che nell’antologia si mostrino estreme differenze va detto e scritto a merito dei curatori, che hanno predisposto il progetto. Il mio punto di vista è che si evidenzia un atteggiamento aperto, non di parte (poetica): «i curatori devono servire ai poeti ma non viceversa» (II, 10). Un po’ fuori tono, per quanto rientrino nella corretta accezione della dialettica, suonano quindi le parole di chi vuole che vi sia un canone della poesia, anche a Napoli. Cosa può significare questo? A Napoli come ovunque, ribadisco ciò che è già evidente e comunque lo sarebbe a priori, in questo momento, non si fa poesia secondo un solo criterio ma in tante maniere (uso il termine maniera in senso generico). Si vorrebbe forse, si indica anche con forza e argomenti, da parte di svariati autori e teorici, una bandiera, un criterio comune: la poesia dev’essere sperimentale. Ma di fatto diventa fuori questione che la loro stessa poesia, per quanto possa essere molto valida, costituisca solo un’accezione della poesia o anche diverse, perché un autore può praticare vie diverse in poesia. Accade di necessità ed è positivo, che di maniere ve ne siano diverse anche nello stesso autore. E non è stato detto, con qualche ragione, che far poesia sul serio è comunque sperimentare e innovare? Inoltre: non la portiamo tutti in noi, la nostra tradizione, come un canone che consiste nella tradizione italiana, sia pure ognuno a suo modo? Il punto è invece se ognuno dei qui presenti abbia una propria maniera come personalità, stile di far poesia, se sia autore in tal senso strutturato per usare un’espressione dei curatori, pur se – anche questo mi sembra ovvio – in divenire. Forse concludere in senso positivo sulla base di tre componimenti per autore non si potrebbe ma almeno un’idea la si ricava o in molti casi la si intuisce.
Infine, v’è un criterio unificante dei contributi che compongono questi volumi, che ne faccia effettivamente un’antologia valida della poesia napoletana attuale o napol-esía? La domanda, così posta, riesce ai limiti dell’incomprensibile ma come porla diversamente? Intanto, vi sono stati tentativi, negli anni, che tuttavia non offrono una così completa (sebbene fluida) mappa della poesia in zona napoletana, oggi. Abbozzerei una risposta dicendo invece che l’antologia stessa costituisce una comunità di persone che scrivono versi, le quali nell’antologia si possono riconoscere come comunità, in senso lato una koiné. In fin dei conti si tratta del risultato delle centinaia (migliaia?) di reading a Napoli e dintorni, a cui nessuno mi pare si sia sottratto, in cui, è stato ricordato, l’oralità prevaleva e prevale sulla scrittura, incontri promossi soprattutto da parte di un comune amico e curatore, Costanzo Ioni. Da quei momenti veramente nessuno è stato escluso, e molti in quella dimensione si sono sentiti incentivati a scrivere.
La koinè è dunque costituita nell’antologia e dalla stessa antologia: domani, è detto, cambierà e sta già cambiando, è cambiata, ma al momento era questa.
(n.b.: una versione ridotta di questa nota è stata pubblicata nella rivista "l'immaginazione", ed. Manni, il 7 novembre 2025).
