Rea poeta realista?
Vincenzo Salerno
Andavo a piedi scalzi in questa fiaba
Ed. D'Amato, Salerno, 2025
Siempre me ha parecido brumosa la distinción entre el poeta épico y el lírico
Octavio Paz
Può sembrare così, solo un giocare con le parole. La poesia sembra essere stata attività di secondo piano ma a volte non inferiore di qualità, per lo scrittore celebrato in prosa come neorealista, e ce lo mostra l’ultimo libro di Vincenzo Salerno, che si presenta con un titolo molto suggestivo, un verso di Rea: “Andavo a piedi scalzi in questa fiaba”, con il sottotitolo esplicativo “Domenico Rea poeta, lettore, critico e recensore di poesia”, editore D’Amato. Il libro ricostruisce e racconta, sulla base di documentazione frutto di paziente ricerca d’archivio, il rapporto tra lo scrittore di Nocera Inferiore e la poesia.
A mio avviso la poesia di Rea è almeno in parte “realista” come la sua prosa è (per quest’ultima v. i riferimenti a Basile e Masuccio salernitano, p. 74-5, 80) e potrà anche avere influito su questo l’esperienza del giovane “spiantato” (p. 47) preso da “complesso di inferiorità” (pp. 47, 43) rispetto alle sue origini e agli studi irregolari. Il poeta conterraneo Gatto, il “poeta con la valigia”, che ebbe studi del tutto “normali” ma in certo modo, per quel che si nota, corrispose a Rea di vita e nel temperamento (pp. 77-8) invece fu poeta “lirico”. Realismo fu per Rea anche conseguenza di una scelta ideologica corrispondente alla fede politica (ma, senza voler insistere, Gatto fece la stessa scelta di idee e di partito): si veda come considera la poesia di Di Giacomo (108 sgg.) – in Le due Napoli, Rea ne considera la poesia come quella di “un signore” che “non sa e non vuole sporcarsi” perché in fin dei conti nelle forme dialettali della poesia di Di Giacomo Rea ritrova non le forme popolari, bensì gli stilemi della tradizione illustre italiana e per di più contenuti non adeguati, non veri. Rea apprezza, al paragone, Porta e Belli; e il suo modello per la prosa resta l’arte di Verga (p. 122).
Certo influisce l’“appassionato impegno politico”, almeno nella maggior parte della vita di rea, tesserato del PCI (p. 48): qualcuno ricorderà cosa s’intendeva per “realismo socialista”. Neorealismo la sua versione artistica della fede politica; in Rea la scelta di classe sembrò corrispondere a un modo genuino di sentire, quello del ragazzo “a piedi scalzi” che “non si allontanava dalla realtà ma, per il tramite della letteratura, la trasformava in scrittura” (p. 87); egli intese “plebe” come “l’attaccamento alle necessità della vita” “nella materialità, nel corpo, in una lingua sonante e difficile”, ma nel contesto napoletano: “in una terra-campagna che alle spalle aveva il vulcano e di fronte il mare” (S. Parrella, cit. a p. 87). Erano la sua terra, le sue origini, la gente, a parlare in lui.
Ciò è vero anche in poesia?
Alcuni testi in versi di Rea contenuti nel libro di Salerno sono, a mio parere, poesia di tipo realista, sentita anche sulla base della consapevolezza di poetica. Dunque alcuni testi in particolare, soprattutto quelli finali, (Neruda docet: si pensi a Spiego alcune cose), soprattutto i testi di poesia civile per il quotidiano “Il Mattino”, scritti d’impeto per certe occasioni come la strage di Bologna e il terremoto in Irpinia. Alla definizione di questi versi contribuiscono non solo il contenuto ma anche la forma scelta.
Si sa che il rapporto tra forma e contenuto viene declinato diversamente secondo le premesse di poetica che lo scrittore adotta: inoltre, critici di indirizzo diverso “vedono” cose diverse. D’altro canto mi orienterei sempre più a non scindere la forma dal contenuto di un testo poetico. È solo discorsivamente che i due momenti si possono distinguere, ma agiscono insieme e definiscono il risultato in base (nei casi eccellenti) alle intenzioni di chi scrive.
Per esemplificare quel che intendo senza troppa possibilità di confusione, esaminerei allora, per esigenza di brevità, un testo di Rea citato da Bruno Lucrezi in un lungo articolo riportato da Salerno nel libro, integralmente:
L’uccello stava sulla cima –
il cacciatore alla base –
il cane aspettava.
L’uccello pensava di volare –
il nemico non muoveva palpebra –
il cane teneva il fiato.
Il lungo prato si curvava –
come un mappamondo. (p. 138).
Non sembra che s’incontri qui un intento puramente lirico ma l’attenzione ai dettagli dell’accadere con una misura dell’uso della lingua che lo renda. Eric Auerbach, poco meno di un secolo fa (1946) in Mimesis (…)(1), un libro che resta una pietra miliare e un capolavoro letterario esso stesso per la brillante forma in cui è stato scritto, ci mostra cosa debba a suo avviso intendersi per realismo: non “neorealismo” ma realismo e basta, come atteggiamento invariante dello spirito nella storia e nella scrittura. Egli rileva che Virginia Wolff ad esempio, nei suoi testi, “si attiene a fatti piccoli, insignificanti, casuali (…) non si verificano cambiamenti grandi (…) (Si ritiene che, n. d. r. …) un qualunque fatto della vita scelto casualmente contenga in ogni momento (…) la somma dei destini” (II, 331, 2).
I criteri indicati da Auerbach, che nel caso citato parla del romanzo realista “del periodo tra le due grandi guerre” (cit., II, p. 330), sono senz’altro applicabili alla poesia? Mi sembra possibile.
Sempre sul realismo di Virginia Wolff, E. Auerbach (cit., p. 319) afferma che la sua maniera tra l’altro “non tratta soltanto di un solo soggetto e delle impressioni del mondo esterno sulla coscienza di questo, ma di molti soggetti”. Ora, se leggiamo poesie scritte da Rea in un momento più maturo, come “Il pozzo” (del giugno 1945, cit. a p. 93 sgg.) ma specialmente l’epicedio per la strage di Bologna (1980, a pp. 163 sgg.), si registrano in quest’ultima “polifonia” fino a una decina di voci di soggetti coinvolti e vi si può riconoscere facilmente una modalità del realismo in poesia, come scrive Salerno, “alla maniera di Spoon River” (p. 156).
Certo, il testo poetico “A piedi scalzi” (5 febbraio 1965, p. 149) è magnifico, intenso, e definirlo epico o neorealista può sembrare decisamente una forzatura. Oppure lo definirei di un realismo magico proprio di Rea, quando sente fortemente la fiaba della terra nocerina e dei suoi giorni giovanissimi e poveri:
Vasto orizzonte e al limite
la selva. Da levante
vaghe tracce di fosforo, le strade
nel senso del vallone.
Calante a giri astuti l’airone
ed il torrente asciutto. Le bufere
dimenticate agli orli dei canneti.
Le rane e i grilli e a sera
vespero in cielo, lucciole vaganti
e i fantasmi lunari da ponente.
Andavo a piedi scalzi in questa fiaba
senza ritorno, limite, il silenzio,
la castità dei moti e dei pensieri.
Non concluderei: certamente a chi legge, e soprattutto al critico, sembra tornare una difformità tra canto e racconto e questa è storia della poesia. Ma la diversità può sfumare, la questione è molto discutibile. Mio punto di vista è che il piacere della parola è identico, dal punto di vista di chi scrive: far parola è un’esigenza e anche chi si propone il canto può sconfinare di continuo nel racconto, o l’opposto, e in certi casi non è facile distinguere.
- E. Auerbach, Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, tr. it. Einaudi, Torino 1956(3).
